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Le chiese

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MONUMENTI -  EDIFICI STORICI -  DIMORE ILLUSTRI

La miglior opera per illustrare i monumenti di Voghera è:


Virginio Giacomo Bono - VOGHERA PALAZZI E CHIESE - Ceo Cooperativa editoriale Oltrepò 1984 Voghera.


Da questa opera si evince il grande numero di edifici e sopratutto di chiese e conventi che si sono create e poi il tempo e le vicende storiche hanno reso fatiscenti per poi arrivare alla demolizione. Ciò che resta merita di essere conservato e valorizzato a testimonianza delle vicende umane che hanno creato la cultura del territorio.


LE CHIESE

IL DUOMO

Il Duomo cattedrale di San Lorenzo e a sinistra il Municipio
San Bovo in una lapide murata all'ingresso del Duomo


Il Duomo o cattedrale di San Lorenzo è un emblema di Voghera ed è nato su una precedente chiesa le cui tracce sono state rinvenute negli ultimi restauri di consolidamento restituendo anche tracce di affreschi, vicino alla chiesa sul lato N vi era anche il cimitero.


In Duomo vengono celebrati due dei tre Santi protettori di Voghera: San Bovo e San Lorenzo; l'altro è San Rocco le cui reliquie sono conservate nell'omonima chiesa.


L'antica pieve originaria del VI secolo, forse è la più antica pieve della pianura padana, all'epoca dell'evangelizzazione dei Liguri da parte di San Barnaba e San Marziano che fu poi martirizzato per la sua fede e diventato patrono di Tortona.

La Pieva ra sita lungo la via Romea che gli passava accanto e attraversava lo Staffora sul ponte prima in legno e poi in pietra di epoca romana; le tracce sono ancora visibili. L'antica pieve  era affiancata dal capitolo, dalla residenza dei canonici, il chiostro, il refettorio, la curia, il brolo, la sacrestia, alle sue mura si appoggiavano le bancarelle del mercato.


Venne distrutta da Attila nel 452, mentre nel 919 il re Berengario concesse ampi privilegi e arricchì la chiesa. Nel 1436 crollò il campanile che venne ricostruito ricorrendo a nuove gabelle. Fu la sepoltura dei Dal Verme feudatari di Voghera.
Rcostruito nel 1605 su progetto dell'architetto Antonio Maria Corbetta ispirandosi all'impianto bramantesco del Duomo di Pavia, non aveva una facciata artistica ma due contrafforti sostenevano il fronte. La facciata attuale è stata ultimata nel 1881 su disegno dell'architetto milanese Maciacchini.


La facciata reca sul frontone le statue di San Lorenzo, San Rocco e San Bovo, compatroni della città. All'interno, degni di nota sono l'affresco trecentesco della cappella della Madonna del Soccorso, la Santa Caterina di Mazzucchelli e un organo ottocentesco ad opera dei Serassi. Il Tesoro del Duomo conserva arredi sacri di antica fattura, antifonari miniati e un prezioso ternario in broccato d'oro.
L'affresco della Madonna del Soccorso è attribuito ad Andrino di Edesia (1496). La pala, veneratissima "icona magna" venne staccata dal muro dell'antica Chiesa pievana e posta in luogo nel 1606.
Raffigura la Vergine incoronata da due angeli e rivestita da un manto azzurro cupo trapuntato da stelle, affiancata dal Bambino Gesù che l'abbraccia invocandola. La Madonna è circondata da raggi e fiamme dorate di grande pregio scenografico.
Alcuni storici vorrebbero quest'opera dono del vescovo Giacomo Botta che la fece collocare nel Tempio nel 1496, mentre il Bartoli, quanto alla paternità, l'attribuisce al pittore Antonio Lucini di Milano, errando palesemente in quanto la stessa trova già riscontro in un sinodo del ricordato vescovo di Tortona del 1450 dove è definita "lmago mirae vetustatis".


Pregevole anche un dipinto raffigurante la visita di Scipione Crespi (1599), conservato nell'altare del Collegio Notarile.
Un altro tesoro è rappresentato dalla reliquia della Sacra Spina, una delle spine della corona posta sul capo di Gesù prima della crocifissione. Questa reliquia posta in una teca sulla volta a 16 m sopra l'altere maggiore veniva un tempo calata a mano con un marchingegno di carrucole per essere venerata dai fedeli.

La tradizione cadde in disuso fino ai nostri giorni quando su iniziativa dei Cavalieri di Malta, del Prof. Daniele Salerno e del corpo dei pompieri, la sacra spina venne prelevata da un milite e posta sull'altare maggiore.
Sul basamento del reliquiario Visconteo, un viso smaltato ricorda la figura di San Giovanni patrono del Sovrano Militare Ordine Ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme, poi di Rodi, poi di Malta, oggi più semplicemente conosciuto come Ordine di Malta.

È  verosimile che la reliquia sia giunta a Voghera attraverso i Cavalieri Crociati, e non a caso l’Ordine di Malta proprio in città gestiva un importante ospedale dedicato agli ammalati e ai pellegrini.


Ogni anno, durante la festa di San Bovo, la reliquia viene mostrata al popolo dal Vescovo.

Un momento della traslazione della Sacra Spina

La Spina era famosissima, tanto da destare l’interesse anche da parte del  Re prima ancora dell’Unità d’Italia.
Voghera faceva parte dello Stato piemonese e i Re venivano in città proprio per poter ammirare la Spina della Corona di Cristo. Documenti di archivio ricordano l’arrivo, il 17 maggio del 1775, del Re Vittorio Amedeo III, con i familiari che diventeranno successivamente i Re Carlo Emanuele IV e Vittorio Emanuele I.


In quell’epoca la reliquia era sempre posta nel punto più alto all’interno del Duomo, e ci si arrivava attraverso un marchingegno sofisticato, in pratica un carrello elevatore spinto a mano da una lunga serie di ingranaggi e chiamato la “Nuvola”, sormontato da putti, in una ascensione liturgica di grande effetto. Poi la “Nuvula” cessò di funzionare e la cerimonia della Sacra Spina si interruppe alla fine dell’Ottocento. 


Recentemente è stato consolidato il campanile e le cripte sotterranee e resti di affreschi medievali.
Una opera completa sulla storia del Duomo si deve a
Fabrizio Bertnini "Duomo di Voghera nella storia e nell'arte" 1991 Tipolito MCM Voghera.
A anco del Duomo vi era il cimitero che è poi stato spostato fuori dalle mura cittadine dove ora sorge l'oratotio del Crocefisso.

Dal 1014 il Duomo si è arricchito di un prezioso e più moderno Organo proveniente dal Duomo di Pavia; è un organo moderno a controllo digitale e offre la possibilità di grandi concerti.

La Madonna del soccorso proveniente dall'antica pieve
Il tabernacolo della Sacra Spina posta sopra l'altare maggiore del Duomo



SAN BOVO


San Bovo era erede della famiglia Audifrè signori di Noyer in alta Provenza, il suo nome era Beauvon d'Audiffret, suo padre era Adalfredo di Provenza di antica nobiltà cugini di Childerico un re di Francia nel 458. Il padre era uomo d'armi severo e non amante delle mollezze di corte ma dedito alla caccia alla cura dei possedimenti all'esercizio fisico. La madre Odilinda era donna dolce e timorata di Dio che seppe educare il futuro santo alla devozione al Signore, all'onestà e alla generosità.

Nasce nel 940 e divenuto giovanetto il padre lo addestrò alle armi facendone un prode cavaliere. Bovo divenne impavido cavaliere e fervente cristiano. Il padre lo portava con se in tutte le occasioni ufficiali affinchè apprendesse l'arte del buon governo.

Dall'826 i saraceni iniziano l'invasione dell'Europa iniziando dalla sicilia e diffondendosi lungo tutte le coste con incursioni crudeli e insediando accampamenti e invadendo città. Nell'889 si impadronirono di Frassineto una località provenzale non lontana da Noyer e si insediarono fortificando il sito così da renderlo inespugnabile. Da lì partivano per le loro scorrerie in tutta la Provenza.
Frassineto è ritenuta essere l'odierna La Garde Frenet presso Sant Tropez ma non si trovano indizi sicuri che confermino questa tesi.
I documenti autentici su di lui non sono molti, mentre molti sono i racconti fatti dai cronisti del tempo e dai gesuiti bollandisti nell'Acta Sanctorum.

Il voto di andare ogni anno a Roma per pregare sulla tomba di San Pietro nasce da una visione che Bovo ebbe mentre con altri principi di Provenza era con Guglielmo I di Provenza e Rambaldo per lottare contro i Saraceni. Nella visione San Pietro ingiungeva a Bovo di attaccare Frassineto assicurando la vittoria, cosa che avvenne anche se la leggenda sostiene che nel tragitto verso Frassineto Bovo incontrò un saraceno che riferiva come nel campo arabo si fosse diffuso lo scontento e la discordia offrendosi di aprire le porte della fortezza. Così avvenne e Bovo ebbe la vittoria anche se la storia continua a dare il merito della distruzione di Frassineto a Guglielmo e Rambaldo nel corso della battaglia di Tourtour.

Un altra leggenda dice che Bovo si fosse istallato in una fortezza fatta costruire dal medesimo su una montagna di fronte a Frassineto chiamata Pierre Impie diventata poi Peyrimpie, il nome richiamava un'altra leggenda che riteneva la pietra di Peyrempie la pietra su cui venivano decapitati esseri umani come sacrificio alle divinità da parte delle antiche popolazioni locali.

Dalla rocca di Peyrimpie, Bovo sarebbe partito per la conquista di Frassineto.
Ftassineto fu comunque rasa al suolo nel 973 (o 975) e di questo insediamento non vi è più traccia. Bovo, che si era già creato una fama di uomo buono e caritatevole, incominciò i suoi pellegrinaggi a Roma facendo le tappe necessarie al viaggio con i mezzi dell'epoca. Anche durante questi viaggi dispensava elemosine e per questo riceveva l'ospitalità di numerose persone.
Nel maggio del 986 sulla via del ritorno da Roma si trovava a Voghera dove, come di consueto, veniva alloggiato e ristorato in una nobile casa, era già febbricitante e si aggravò, consapevole della fine imminente chiese di essere sepolto lungo la Romea dove venivano sepolti i poveri.
Morì quindi a Voghera, secondo i computi dei Padri Bollandisti, l'anno 975 o, più verosimilmente, il 22 maggio 986, all'età di quarantasei anni.

La storia di San Bovo fu approfondita dal Maragliano e un notevole contributo fu fornito dal Convegno di studi su San Bovo e gli itinerari dei pellegrini, tenuto a Voghera nel maggio 1986 e presieduto da Ettore Cau, gli cui Atti sono stati raccolti negli "Annali di storia pavese" (16-17, 1988).

I Partecipanti al convegno del 1988


Non è certo che San Bovo prendesse parte alla battaglia di Frassineto o vi concorse come tutti gli altri baroni chiamati da Guglielmo I, senza prendersi quella parte essenziale e decisiva che dagli storici sarebbe stata certo posta in evidenza.
Il Butier (Vite dei Santi ecc., Venezia 1824, t. XII, p. 341) scrive: "Ebbe molte occasioni di esercitare il suo coraggio per la difesa del suo paese e per la gloria di Gesù Cristo principalmente quando i Saraceni, venuti di Spagna e d'Africa, facevano diverse scorrerie nella Provenza, e vi menavano orribili guasti. Il Santo, alla testa di una truppa di prodi, mosse contro gli infedeli, li vinse parecchie volte, e fece loro un gran numero di prigionieri, molti dei quali abbracciarono il cristianesimo".


Qualsiasi sia la storia, le critiche e leggende, è cosa chiara che nella grande pietà del cavaliere provenzale, nel suo amore del prossimo per il quale sacrificò agi e ricchezze.
La tomba di Bovo venne dimenticata e nascosta tra le spine ed erbacce.
Si racconta che la sepoltura fuori di Borgo San Pietro, lungo l'"itinerario sacro", sia stata dimenticata ma che lì siano accaduti fatti strani: gli animali al pascolo venivano presi da tremore e cadevano in terra morti.

Qualcuno si ricordò di documenti che narravano la sepoltura di un nobile pellegrino e dopo svariate ricerche le ossa vennero riesumate e si dice che "mandavano un soavissimo profumo". Ricevettero una degna sepoltura dentro alla chiesa che venne eretta all'inizio del secolo XII, e qui avvennero fatti miracolosi, i ciechi soprattutto riebbero la vista.

Il Santo fu proclamato patrono di Voghera nel 1375 e la festa il 22 maggio, venne, ufficializzata e confermata nel 1382 con diploma di Gian Galeazzo Visconti.

Il nome latinizzato in Bobo e in italiano Bovo e il bue diventò il suo simbolo e figura araldica e il Santo diventò protettore degli animali, mentre il culto si diffondeva altrove, in Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria.

Vicino alla Chiesa di San Bovo, documentata dal 1119, esisteva nel 1230, un ospedale per gli infermi poveri e i pellegrini.
Le spoglie di San Bovo incominciarono una lunga odissea andando di chiesa in chiesa, a Pavia ed altrove fino a ritornare in Voghera dove sono custodite in Duomo in un'arca nell'altare maggiore.

La tomba di San Bovo fu meta di numerosi fedeli che nel giorno della celebrazione, il 22 maggio, si riversava in Voghera per questo in quei giorni si istituì un grande mercato divenuto poi fiera dell'Ascensione o "Sensia".

Sulla festa dell'Ascensione  detta Sensia cito il libro di Fabio Draghi "Dalla fiera di San Bovo all'Ascensione" CEO Voghera 2014.

Un importante contributo alla conoscenza della vita di San Bovo è: "Vita di San Bovo" di Dante Clerico - a cura di G. C. Bascapè 1985 Cooperativa editoriale Oltrepò Voghera.

Più recentemente Daniele Salerno ha pubblicato:
San Bovo, Uomo di guerra e uomo di Dio 2011 Guardamagna editore - Varzi

Affreschi della cupola del Duomo
Affreschi in Duomo raffiguranti San Bovo
Ruderi del castello di Noyer dove ha regnato San Bovo
Lapide di San Bovo murata all'ingresso del Duomo


LA CHIESA D SAN ROCCO

La chiesa di San Rocco
Colonne dell'antico Ospedale di San Rocco
La prima urna che conservava le spoglie di San Rocco


Edificata nel 1500 dai Domenicani su un precedente oratorio con annesso Ospedale di Sant'Enrico fu completata poi nel '600 e ristrutturata varie volte. Conserva la cassa originale in cui erano custodite le spoglie di San Rocco poi portate a Venezia. Qui si conserva una frammento di osso del braccio in un artistico reliquiario a forma di braccio. Numerosi altri frammenti di osso sono sparsi in numerose chiese dedicacate al Santo.


Nella chiesa si conservano anche alcune gigantesche tele con la vita del santo che venivano esposte al pubblico il giorno di San Rocco ma da ormai molti anni non sono più visibili perchè molto delicate e sono perciò conservate in qualche deposito in attesa di restauro.
San Rocco di Montpellier pellegrino e taumaturgo - Compatrono di Voghera con San Bovo.

Nato a Montpellier nel 1348 - morto a Voghera il 16 agosto del 1376 (o 1379), la ricorrenza è il 16 agosto
La vita di San Rocco è piena di incertezze storiche fino a far dubitare della sua esistenza, tuttavia l'ormai conclamata fede in lui lo fa annoverare fra i santi più noti e venerati.
È raffigurato con abito da pellegrino (cappello a tesa larga, mantello e scapolare, il bordone con appesa una zucca-borraccia, una conchiglia simbolo dei pellegrini e forse usata per bere e la  bisaccia. San Rocco ha anche una piaga della peste su una gamba e un cane ai suoi piedi con in bocca un pezzo di pane, la croce rossa sul lato del cuore sta forse ad indicare un angioma rosso a forma di croce, sul lato sinistro sulla pelle del costato.


Patrono dei contagiati, emarginati, viandanti e pellegrini, operatori sanitari, farmacisti, volontari e degli animali che protegge dalle malattie.
Rocco di Montpellier, o Delacroix, secondo alcuni documenti si viene a sapere che nella seconda metà del '300 nelle carceri di Voghera moriva un pellegrino di origine francese arrestato circa 5 anni prima nei pressi di Broni con l'accusa di spionaggio aggravata dalla reticenza nel dare le proprie generalità.


Fatti miracolosi furono segnalati a Piacenza e a Sarmato fecero nascere un alone di santità che avrebbe portato alla santificazione durante il Concilio di Costanza.

Era figlio dei Delacroix (Giovanni e Libera), maggiorenti cittadini e consoli della città, la coppia  era molto avanti negli anni e la sua nascita fu considerata un miracolo della devozione (anche per quella voglia a forma di croce sul costato). Ricevette una dura e religiosa educazione da parte della pia madre Libera, il suo sentimento religioso lo portavano a consolare l'orfano, ad assistere l'infermo, dare da mangiare all'affamato. Perduti i genitori in giovane età, distribuì i suoi averi ai poveri, sul modello di Francesco d'Assisi al quale era devoto e s'incamminò in pellegrinaggio verso Roma.


Arrivato in Italia, durante un'epidemia di peste, forse quella del 1367 - 1368, andava a soccorrerne i contagiati, Rocco aveva già conosciuto la malattia durante la sua giovinezza, a Montpellier, prima nel 1348, poi nel 1361.



Soggiornò ad Acquapendente, vagò in diverse provincie ad assistere gli ammalati in vari ospedali. Incontro un certo Vincenzo che divenne suo adepto, nel locale Hospitale di San Gregorio, dove egli benediceva gli appestati con il segno della croce e all'istante li guariva toccandoli con la mano taumaturgica. Così, in breve tempo, l'epidemia si estinse.


Curò un cardinale guarendolo e per questo venne ricevuto da Papa, forse Urbano V.

Anche il ritorno da Roma a Montpellier fu interrotto da un'epidemia di peste, a Piacenza. Rocco vi si fermò ma, mentre assisteva gli ammalati dell'Ospedale di Santa Maria di Betlemme, venne contagiato e un po' per non aumentare il contagio e un po' per tener fede al voto di anonimato che aveva fatto come pellegrino, si trascinò fino ad una grotta lungo il fiume Trebbia, in una zona che all'epoca era alla periferia di Sarmato, sempre sulla via Francigena.

La tradizione vuole che un cane provvedesse quotidianamente a portargli un pezzo di pane sottratto alla mensa del suo padrone e signore del castello di Sarmato, il nobile Gottardo Pallastrelli, che, seguito il cane per i tortuosi sentieri della selva, giunse in quella grotta dove Rocco gemeva per terra. Soccorso e curato dal nobile signore, Rocco riprese il suo cammino. Gottardo voleva seguirlo nella vita di penitenza ma Rocco glielo impedì.
Nonostante ciò, anch'egli donò ai poveri il suo patrimonio e si ritirò da pellegrino nella stessa grotta. Gottardo divenne il primo biografo del santo pellegrino e (secondo la tradizione) ne dipinse il primo ritratto, tuttora visibile, affrescato nella chiesa di Sant'Anna di Piacenza.

Lungo la storia san Rocco è pure venerato quale Terziario Francescano, al pari di San Corrado Confalonieri da Piacenza, che fino al 1340 circa, proprio non molto lontano da Sarmato, si era ritirato nell' hospitio di Calendasco, presso il Po lungo la via Francigena, per poi partire pellegrino e morire nel 1351 a Noto in Sicilia.

Il ritorno a Montpellier però si interruppe a Voghera. In queste regioni funestate dalla guerra giunse Rocco della Croce, anelante di ritornare a casa, con la barba lunga e incolta, avvolto in poveri e polverosi abiti, con il viso trasfigurato dalla sofferenza della peste, giunse al confine della cittadina non sfuggendo alla vigilanza delle sentinelle, sospettato per la sua ritrosia e scambiato per una spia, fu legato e condotto dinanzi al governatore Guglielmo della Croce, suo zio paterno, che non lo riconobbe e nulla fece Rocco per farsi riconoscere. Senza ulteriori indagini, senza processo finì in carcere senza ribellarsi, e vi restò per  tre o cinque anni, a seconda delle biografie.

Morì trentaduenne, nella notte tra il 15 ed il 16 agosto di un anno imprecisato tra il 1376 ed il 1379. Non morì ad Angera, sul Lago Maggiore: ma il nome della località è forse falsato da un errore di trascrizione.

Morì a Voghera, dove già nel 1382 era attestata sua presenza.
La notizia della sua morte in Montpellier lasciò un intenso dolore che invase l'intera popolazione con lo sgomento per aver fatto morire un innocente in carcere. Tale commozione dilagò quando si trovò una tavoletta a fianco della salma sulla quale erano incisi a carattere d'oro il nome di Rocco della Croce e le seguenti parole: «Chiunque mi invocherà contro la peste sarà liberato da questo flagello» e il riconoscimento da parte di una dama, probabilmente la nonna di Rocco, madre del governatore, grazie alla croce rossa impressa nelle carni dell'uomo, confermarono l'identificazione. Il compianto di un'intera cittadinanza fu il premio di tanta virtù e in sua memoria la salma su cui si scolpirono le parole rinvenute sulla tavoletta fu deposta nella principale chiesa di Montpellier.

Secondo le ricerche dello storico contemporaneo belga Pierre Bolle, la figura di San Rocco sarebbe la "rivisitazione agiografica" di un suo omonimo più antico, San Racho di Autun, vissuto prima dell'anno 1000. Quest'ultimo, patrono dei prigionieri per essere lui stesso stato imprigionato dai suoi accusatori in un'isoletta presso le coste Britanniche, era invocato contro le tempeste, e data l’assonanza, sarebbe alla base sia della confusione dei nomi (Raco/Rocco), sia della titolarità del patronato di guaritore dalla peste, che si sarebbe generato per aferesi (= caduta della prima sillaba di una parola) della parola francese tempeste. (Pest ->Tempet)

Le tesi di Bolle hanno rivoluzionato gli studi sul santo, anche se in campo agiografico l'esistenza di "doppioni" ed omonimi alla base della creazione di nuovi santi è un procedimento conosciuto, come ad esempio nel caso dei santi Vincenzo di Agen e Albano di Namur.

Nel 1485, dopo alterne vicende di trafugamenti e compravendite, i resti di San Rocco  (salvo una parte delle ossa di un braccio lasciate a Voghera) furono portati, trovando definitiva collocazione, nella chiesa di San Rocco a Venezia. Successivamente, per volontà di papa Clemente VIII nel 1575 una reliquia - sempre delle ossa di un braccio - fu fatta giungere a Roma ed un'altra porzione di reliquia (tra cui una tibia) fu donata alla sua chiesa - santuario di Montpellier.

La principale reliquia di san Rocco resta quella custodita nella chiesa parrocchiale di San Rocco di Voghera, che ne custodì il corpo fino alla fine del '400 quando fu portato a Venezia. Voghera rimane comunque il centro da cui si sviluppò il culto del santo pellegrino di Montpellier, la celebrazione è attestata a partire dalla fine del '300 (il primo e più antico documento al mondo, attualmente disponibile, in cui se ne parli, è lo statuto comunale vogherese di quel tempo).

A Genova nel 1467 in località Lo Vigo, in quel d'Albaro, zona di lussureggianti vigneti in seguito chiamata Vernazza, gli abitanti vedono avvicinarsi alle loro case il tremendo morbo della peste e riuniti in preghiera fanno un voto a San Rocco affinché li salvi dalla dilagante epidemia. La loro preghiera è ascoltata: nella zona di Vigo tutti i suoi abitanti sono risparmiati dalla grande pestilenza. Qui il 29 giugno 1468 nasce il primo gruppo dei Confratelli di San Rocco che daranno poi origine all'Arciconfraternita San Rocco di Vernazza Morte e Orazione di Genova.

Il culto e le chiese dedicate a San Rocco sono numerose sia in Francia che in Italia da Venezia a Roma e nell'Italia meridionale così come sono diffuse le Confraternite  di San Rocco.

Nella nostra città ha sede il Comitato Internazionale Studi Rocchiani, fondato e, presieduto da Paolo Ascagni a cui si deve una esaustiva monografia redatta  con Pierre Bolle:
- Pierre Bolle, Paolo Ascagni - Rocco da Montpetllier Voghera e il suo santo. 2001 Comune di Voghera.


LA CHIESA DI SANT' ILARIO O CHIESA ROSSA

E' il monumento più antico della città di Voghera, la chiesa di Sant'Ilario, nota anche come "Chiesa rossa", per il tipico colore dei mattoni della costruzione. La chiesa fu fondata in epoca longobarda e fu poi ricostruita nell'VIII secolo dai monaci Benedettini. La struttura subì molte traversie, specialmente nel corso dell'800, restaurata all'inizio del '900, con una ricostruzione fedele di alcune parti perdute.

Nel 1956 è stata destinata a Sacrario del corpo di Cavalleria italiano che ha avuto a Voghera una presenza significativa nella Caserma vittorio Emanuele II. L'edificio è costruito interamente in cotto e presenta sulla facciata una bifora. L'impostazione presenta le forme severe tipiche del romanico.

All'interno del sacro edificio, murati sulle pareti, sono presenti gli stemmi dei reggimenti che, nel momento della sua massima espansione, componevano l'Arma di Cavalleria. 
Varie lapidi riportano le motivazioni della concessione all'Arma di Cavalleria della Croce di Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia e della Medaglia d'Oro al Valore Militare.


All'esterno della chiesa sono collocati gli stemmi delle località che ospitarono o ospitano reparti o scuole dell'Arma nonché gli stemmi di quei Comuni che diedero il loro nome a Reggimenti di Cavalleria. Altri ornamenti conferiscono all'antica "Chiesa rossa" l'inconfondibile carattere di luogo di culto dedicato alla Cavalleria dell'Esercito Italiano.

La Chiesa Rossa prima dei restauri
L'attuale Chiesa Rossa dopo i restauri



SANTA MARIA DELLE GRAZIE

Santa Maria delle Grazie o del Rosario è' stata eretta nel 1410 e riedificata nel 1492 ad opera dei frati Domenicani. Nel collegio annesso, il futuro papa Pio V, Michele Ghisleri, vestì l'abito monastico nel 1518.

Bibl.: Federica Scarrione "Il Santuario di S. Maria delle graziea Voghera, un cammino nei secoli" TIGRAF s.r.l. 1995 Voghera.
Un'ottima descrizione della chiesa e dei restauri e data da:
AAVV Santuario di S.Maria delle Grazie in Voghera -Litocoop S.r.l. Tortona 2012 - Coordinato da Gabbantichità, Tortona, con CD allegato.

È comunemente chiamata chiesa dei frati perchè retta dai frati francescani che hanno qui il loro convento.

Un'altra notizia storica riferisce che vi fu frate guardiano, agli inizi del '500 Vincenzo Bandello da Castelnuovo il cui nipote Matteo Bandello divenne il celebre scrittore, una lapide ne ricorda la presenza.


La chiesa ebbe numerose vicissitudini storiche, fu sconsacrata diventando magazzino militare della vicina caserma di cavalleria, poi riconsacrata e data ai Francescani che erano già presenti a Voghera con una scuola.
Ai vogheresi è cara perchè per anni vi officiava padre Nazareno Fabretti, giornalista e scrittore molto seguito nelle sue ferventi omelie della domenica.

La Chiesa di Santa maria delle Grazie
Crocefisso del '400 di Baldino da Sarso recentemente restaurato

Per molti anni nel teatro"alle Grazie" annesso alla chiesa operava una scuola di recitazione intitolata ad Albino Battegazzorre e diretta da Beppe Buzzi coadiuvato dalla figlia, famoso regista e maestro di commedie rimaste famose, ricordo le sue riedizioni delle pieces di Gilberto Govi, famoso specie in Liguria, ma andato in onda anche alla TV nazionale. Celebre è l'opera di "Gelindo, un vogherese alla capanna di Betlemme" che ogni anno si recita ancora nei teatri di Voghera e dintorni. Meritorio fu pure il suo intervento nelle case di riposo per intrattenere egli anziani.

A Beppe Buzzi e Peppino Malacalza ha dedicato un libro lo scrittore Lino Veneroni: "Lo spassoso sodaizio" Guardamagna editore 2000 Varzi.

LA CHIESA DEL CARMINE


Il Carmine sorse ad opera della confraternita dei Raccomandati detti anche Battuti di Santa Caterina o del Confalone attivi in Roma dal XII sec. Era nota come  casa della congregazione di Santa Maria, menzionata in documenti del 1341 come un ospedale dei pellegrini le cui colonne sono ancora visibili.


L'attuale chiesa è seicentesca e racchiude due ricostruzioni di grotte: una dedicata alla Madonna di Lourdes l'altra al Sacro Cuore.
Sul sagrato della chiesa, prima dei restauri più recenti, vi era una pietra di granito rotonda con al centro un foro, la tradizione diceva che era il punto in cui il Creatore aveva puntato il compasso per fare la terra rotonda. La cosa è derivata dal fatto che Voghera è sul 45° parallelo e, in senso lato, al centro tra polo ed equatore.



La chiesa del Carmine
Colonnato dell'antico ospedale dei pellegrini


L'Oratorio del Crocefisso

È di costruzione ottocentesca ed era l'ingresso dell'antico cimitero, su una parete era dipinto un crocefisso poi sostituita dall'attuale opera del Borroni, un bel crocifisso la cui presenza ha dato il nome alla chiesetta, riccamente affrescata con  bei disegni in monocromo che purtroppo, anche se restaurati più volte sono preda dell'umidità che risale nei muri. Accanto all'oratorio opera una opera pia di volontari per il soccorso dei poveri, distribuendo vestiario e pasti caldi.

Oratorio del Crocefisso
Il Crocefisso del Borroni
CHIESA DI SAN GIUSEPPE

Costruzione settecentesca, restaurata nel 1992, anticamente era la chiesa del Comvitto Nazionale Umberto I (diventato poi il tribunale di Vghera) affidato ai padri Scolopi, conserva all'interno tre tele di Paolo Borroni dipinte tra il 1777 e il 1778.

CHIESA DI SAN GIOVANNI


Ricostruita nel '600, conserva all'interno una grande pala d'altare di Panfilo Nuvolone raffigurante la Natività di San Giovanni Battista (XVII sec.) e un affresco cinquecentesco della Beata Vergine

CHIESA DI SAN SEBASTIANO




ABBAZIA DEI RE MAGI

CHIOSTRO DI SANT'AGATA


LA CHIESA DEGLI ARTISTI

AA VV La chiesa degli artisti – Comune di Voghera -  CEO Cooperativa editoriale oltrepò  1998 Voghera.

In origine il rione San Vittore faceva parte della frazione Valle, area agricola poco abitata, costituita dalla Cascina Valle e da poche altre case coloniche. La strada principale, strada Valle, era l'unica via di collegamento tra la frazione e Voghera.


Era la zona del Campo di Marte, terreno adibito ad  esercitazioni militari, dove sorsero le prime due baracche, destinate ad accogliere i lavoratori sfollati da Genova e dipendenti dell'ILVA bombardata.

Le prime conquiste del quartiere sono la Scuola Elementare, sorta nel 1967. e la Chiesa, costruita l'anno successivo, quale Chiesa sussidiaria della Parrocchia di San Rocco, nata povera in un quartiere povero.

La fondazione della Parrocchia della Natività di Maria Vergine.

Don Piero Romersi parroco della chiesa di San Vittore:
"Quando, giunsi, nel 1973, primo parroco, nel rione San Vittore, trovai l'edificio della Chiesa già eretto. La costruzione, affidata alla ditta vogherese "Maretti", risale, infatti, al 1968 ed è stata realizzata basandosi sulla figura tipologica della "tenda di Dio in mezzo agli uomini".


La Chiesa era incompleta, priva di strutture ed elementi fondamentali, quali l'intonaco , la pavimentazione e la decorazione interna. A queste carenze si dovevano aggiungere: la casa canonica, l'oratorio e la sacrestia.

Tappa fondamentale nella vita del popoloso rione di San Vittore è stato l'anno 1973. Il 23 Ottobre di quell'anno il Vescovo di Tortona monsignor Giovanni Canestri, poi nominato Arcivescovo di Genova; egli eresse, nel corso di una solenne cerimonia, a parrocchiale l'allora Chiesa sussidiaria: un'elevazione motivata dal progressivo aumento numerico dei fedeli e anche dalle aumentate e legittime esigenze degli stessi abitanti del quartiere.

Si costruì la casa parrocchiale, l'abitazione del parroco con il sottostante salone ricreativo, utilizzato come oratorio così ha preso origine la sistemazione definitiva della Chiesa parrocchiale".

Per l'abbellimento della chiesa il parroco chiese agli artisti locali di fare dono di una loro opera alla chiesa. Tutti aderirono ed oggi la chiesa è un vero museo.


La figura di Don Romersi è indimenticabile, i ragazzi lo chiamavano Don Chilometro, data la sua statura, era un appassionato cultore di storia, di arte di antiquariato. Era nativo di Voghera e suo padre era persona altrettanto nota perché è stato l'ultimo carrettiere. Lo ricordo col suo cavallo e il carretto dalle grandi ruote, fare trasporti per chi ne aveva bisogno, dalla sabbia e mattoni per i cantieri ai traslochi di masserizie, specie nelle campagne circostanti, aveva lo stallaggio all'inizio di Via Mazzini, era alto come il figlio e dal fisico robusto. Poi come per tutti è arrivata la pensione per lui e il sio cavallo.

Veduta esterna della chiesa e il sagrato
L'interno della chiesa


La chiesa è un vero museo degli artisti moderni della città e dintorni, numerose le opere di Dino Grassi, Armando Dilullo, Silverio Riva, Ernesto Treccani, Paolo Porri, Angelo Grilli, Marialisa Lusardi, Michele Mainoli, Pietro Leddi, Giansisto Gasparini ed altri.
Un vero museo d'arte moderna precursore, forse, del mai avviato museo – pinacoteca dell'Oltre Po già caldamente sollecitato anche da Ambrogio Casati.


Ricordo di Piero Romersi pubblicato sul Giornale di Voghera
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