Tortona - L'Oltre Po

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Tortona

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TORTONA

Antica mappa di Tortona



La storia ha riservato a Tortona un passato ricco di vicende e di personaggi illustri, ma anche un destino di guerre e di distruzioni che hanno rischiato di cancellarne la memoria. Baluardo di un territorio di confine fin dalle sue origini liguri, per i Romani divenne, nell'età imperiale, il crocevia di grandi strade consolari (la via Fulvia, la via Postumia. la via Emilia Scaura, la via Vercellina) che conferivano alla romana Dertona Julia il ruolo di nodo strategico militare e civile che poi conservò nelle epoche successive.


Il suo "Castello", protagonista di 25 secoli di storia tortonese, sarà, di volta in volta, difesa fortificata dei magazzini-granai di Teodorico e avamposto dei domini viscontei e sforzeschi, fortezza spagnola e roccaforte savoiarda, fino alla definitiva distruzione napoleonica del 1801.


Su questo palcoscenico storico e politico si sono avvicendali personaggi come Federico Barbarossa, Ludovico il Moro, Napoleone, nell'intento di distruggerla (nel 1155 il Barbarossa rase completamente al suolo le mura e le torri) per poi ricostruirla, sempre considerandola una gemma strategica indispensabile per le loro corone.

Nonostante l'avvicendarsi di padroni diversi, il popolo tortonese conservò una straordinaria identità municipale. Ne fanno fede gli Statuti cittadini che, definitivamente convalidati nel 1354 da Galeazzo Visconti, guidarono fino allo Statuto Albertino (1848) l'evoluzione istituzionale della comunità tortonese.


Preistoria ed epoca romana
I ritrovamenti nell'attuale area urbana testimoniano la frequentazione del territorio già durante il Neolitico. Fu un oppidum (villaggio fortificato) dei Liguri Statielli tra VIII e il V secolo a.C., con il nome di Derthona.
Dopo la conquista romana del territorio, la città divenne colonia romana intorno al 120 a.C., trasformandosi in un fiorente centro agricolo e commerciale, all'incrocio di importanti vie di comunicazione: la via Postumia (che collegava Genova ad Aquileia), la via Fulvia (proveniente da Pollenzo) e la via Emilia Scauri (proveniente da Vada Sabatia, l'odierna Vado Ligure, attraverso Aquae Statiellae, l'odierna Acqui Terme).

Eretta una seconda volta in colonia da Augusto (tra il 40 e il 30 a.C.) assunse il nome di Julia Derthona.


Motto della città, da cui deriva il nome Tortona, e i suoi precedenti Dertona e Terdona: Pro tribus donis simil Terdona leonis ("Tortona è simile a un leone in virtù di tre doni"), questo motto alluderebbe al prestigio e all'importanza che accompagnano la città sin dai tempi più antichi. (tre doni sono metaforicamente l'oro, l'incenso e la mirra)


Tortona è sede vescovile fin dall'epoca paleocristiana. S. Marziano, protovescovo della diocesi e Santo patrono della città (festa: 6 marzo) fu martirizzato, secondo la tradizione, nel 122. Dati storici certi e indiscutibili non si hanno circa la precisione di questa data: di sicuro all'inizio del II secolo Tortona è centro di un'importante comunità cristiana.


A Tortona ebbe luogo la deposizione e l'uccisione dell'imperatore romano d'Occidente Maggioriano, per opera del suo generale di origini barbare Ricimero nel 461.
Nell'XI secolo riuscì a sottrarsi al potere del vescovo, ergendosi a libero comune, con il nome di Terdona,. Fu alleata di Milano e rivale di Pavia e partecipò tra i primi comuni alla ribellione all'autorità imperiale. Cinta d'assedio dal Barbarossa nel 1155, fu conquistata e distrutta.


Ricostruita con l'aiuto dei milanesi, aderì alla Lega Lombarda e partecipò alle lotte comunali, cambiando spesso schieramento. Conquistata da Luchino Visconti nel 1347, seguì le sorti del ducato di Milano, sotto il dominio dei Visconti, prima, e degli Sforza, poi, fino al XVI secolo. Tortona fu anche città dotale di Cristina di Danimarca, moglie dell'ultimo duca di Milano Francesco II Sforza; la principessa, poi duchessa di Lorena, morì qui nel 1590.


Successivamente in mano agli Spagnoli, fu fortificata ed elevata a baluardo difensivo ai confini del ducato di Milano.

Resti della torre del castello di Tortona

Teatro di scontri durante la guerra di successione spagnola (1706), venne annessa nel 1738 ai domini sabaudi da Carlo Emanuele III.


Nel 1796, con la discesa di Napoleone in Italia, il castello fu ceduto ai francesi dall'armistizio di Cherasco. Si arrese agli austro-russi di Suvorov dopo la battaglia di Novi (1799), ripassò in mano ai francesi che nel suo territorio stabilirono il loro quartier generale in occasione della battaglia di Marengo (14 giugno 1800). In seguito agli accordi presi con lo Zar di Russia, Napoleone, ordinò lo smantellamento delle fortificazioni (1801) e la distruzione del castello. Annessa all'Impero Francese nel 1802, ritornò definitivamente ai Savoia nel 1814.

http://www.radiocorriere.tv/piemonte/tortona_al.html


Scena di battaglia medievale

Nell' XI secolo, la "borghesia", presa coscienza della propria rilevanza economica, chiede ed ottiene di partecipare al governo della città, insieme agli altri tradizionali detentori del potere: vescovo, vassalli vescovili, comitali e funzionari curiali.
Così la città si organizza nella forma del libero comune di Terdona sfruttando abilmente la fortunata posizione che la pone al centro dei traffici fra Genova e la Pianura Padana. Il benessere economico favorisce l'incremento demografico, determina l'ampliamento dell'area urbana, accresce il potere della città sul territorio circostante. Ma è a questo punto che la malcelata inimicizia con Pavia si scatena in guerra aperta.


Terdona, fedele alla sua alleanza con Milano, piuttosto che accordarsi coi Pavesi, si dispone a fronteggiare l'attacco delle truppe di Federico Barbarossa, sceso in Italia per riaffermare l'autorità imperiale e fattosi paladino delle pretese di Pavia.


Il primo insediamento abitativo nel sito dell'attuale Tortona si è realizzato in epoca preistorica, tra VIII e V secolo a.C., ad opera dei Liguri, che, con un villaggio fortificato sulla collina (castelliere), dominavano la pianura, allora malsana e paludosa. Lo farebbe supporre l'antica denominazione Derton (il castello) e lo confermerebbero i ritrovamenti di materiale archeologico (ceramica ligure), risalente all'Età del Ferro, nella zona del "castello" di Tortona.

La pr4senza di una colonia da parte dei Romani nell'agro dertonino è datata intorno al 120 a.C. Lo storico latino Velleio Patercolo, nella sua Historia Romana (I, 15), cita Dertona tra le dodici colonie senatorie dedotte dopo quelle volute da Caio Gracco nel 123 a.C. e prima di Narbo Martius nel 118 a.C.


Stando sempre alla testimonianza di Velleio, Tortona sarebbe la più antica colonia romana del Piemonte, precedendo di 23 anni Eporedia (Ivrea), fondata nel 100 a.C., quando già Dertona viene ricordata come città illustre dal geografo greco Artemidoro di Efeso.
Tra il 40 ed il 30 a.C., il territorio di Dertona è oggetto di una seconda colonizzazione romana: Ottaviano assegna terre dertonine ai suoi veterani di guerra e, a ricordo dell'avvenimento, la città adotta l'appellativo di Julia Dertona.


Le tracce della centuriazione del territorio, i resti delle mura, dell'acquedotto, dei monumenti sepolcrali, l'abbondante, vario e spesso pregevole materiale archeologico, restituito da scavi più o meno recenti, forniscono riscontri concreti alle testimonianze antiche (in particolare, di Livio Ad Urbe condita, XXXII, 28, di Plinio Naturalis Historia, III, 5, 49, e di Strabone Geographicon, V, I, 1) che collocano Dertona fra le città romane nobili e degne di considerazione.

L'imperatore Maggioriano e la sua morte
Come il predecessore Imperatore Avito, morto per il  tradimento di Ricimero e il  conseguente congedo della sua guardia germanica, così il fato di Maggioriano stesso fu deciso dal congedo del suo esercito e dal complotto di Ricimero.


Mentre l'imperatore era stato impegnato lontano dall'Italia, il patricius et magister militum barbaro Ricimerio aveva coagulato intorno a sé l'opposizione a quello che tempo prima era stato suo commilitone e col quale, appena pochi anni prima, aveva coltivato sogni di potere: la politica di Maggioriano aveva dimostrato infatti che l'imperatore aveva intenzione di intervenire decisamente sulle problematiche che affliggevano l'impero, anche a costo di colpire gli interessi di influenti aristocratici.


Dopo aver passato qualche tempo ad Arelate, sua base alla fine dell'operazione contro i Vandali in Spagna, Maggioriano congedò i propri mercenari barbari, e, accompagnato da alcune guardie del corpo, si mise in viaggio per Roma, dove intendeva effettuare delle riforme.

Ricimero andò incontro a Maggioriano con un contingente e, raggiuntolo nei pressi di Tortona (non molto distante da Piacenza, dove era stato ucciso Avito), lo fece arrestare e deporre (2 agosto).


L'imperatore, privato della veste e del diadema, fu picchiato e torturato e poi, dopo cinque giorni, decapitato nei pressi del fiume Ira il 7 agosto 461): aveva circa quarant'anni e aveva regnato per quattro. La città di Tortona ospita, nella chiesa di San Matteo, una costruzione tradizionalmente identificata come il "mausoleo di Maggioriano". Ancora oggi si discute se Iria era il Curone o la Staffora che passa per Voghera.


Dopo la morte di Maggioriano, Ricimero decise di mettere sul trono imperiale qualcuno che riteneva in grado di poter manipolare, e scelse il senatore Libio Severo, che non aveva alcuna distinzione: il nuovo imperatore non fu però riconosciuto da nessuno dei collaboratori militari di Maggioriano, né da Egidio in Gallia, né da Marcellino in Sicilia e Illiria, né da Maggioriano

Morte dell'imperatore Maggioriano
Una antica citazione letteraria dell’uccisione di Maioriano, avvenuta nell’agosto 461 in Dertonae, juxta fluvium Hyra (Iordanis Get., c. 45. p. 118), conferma l’asserto che Iria era il fiume che passa vicino a Tortona e non a Voghera.
http://it.wikipedia.org/wiki/Maggioriano
Il suo nome era Giulio Valerio Maggioriano.
Nato nel 420 circa e morto a  Tortona il 7 agosto 461.
Il regno di Maiorano durò dal 1º aprile 457 al 2 agosto 461. L'incoronazione avvenne il 28 dicembre 457 succedendo ad Avito e gli successe Libio Severo.


Giulio Valerio Maggioriano (latino: Iulius Valerius Maiorianus, comandante militare di un certo successo, salì al trono dopo aver deposto l'imperatore Avito. Il suo regno fu caratterizzato da una politica estera volta a restaurare il controllo romano sulle province perdute – in particolare Gallia, Hispania e Africa – e da una politica interna avente lo scopo di risollevare le finanze imperiali, garantendo al contempo equità e giustizia.


Il suo tentativo fu frustrato dai tradimenti: di alcuni suoi soldati, che causarono la perdita della flotta necessaria a strappare l'Africa ai Vandali, e del suo generale Ricimero, che lo catturò e lo uccise.
Fu l'ultimo imperatore capace di tentare di risollevare le sorti dell'Impero romano d'Occidente con le proprie risorse: gli imperatori che gli succedettero fino alla caduta dell'impero nel 476/480 non ebbero il potere effettivo, ma furono strumenti di potere di generali di origine barbarica o imposti e appoggiati da Costantinopoli.


Il mausoleo di Maggiorano si trova a Tortona presso la chiesa di San Matteo.

http://it.wikipedia.org/wiki/Ricimero

http://www.padaniacity.org/articoli.asp?ID=710


 

Eparchio Avito, predecessore di Maggioriano sul trono imperiale, si alienò il sostegno dell'aristocrazia senatoriale romana appuntando esponenti dell'aristocrazia gallo-romana di cui faceva parte ai principali posti dell'amministrazione imperiale; fu rovesciato proprio da Maggioriano, il quale non ripeté lo stesso errore e ruotò le cariche principali tra gli esponenti di entrambe le aristocrazie.


Tremisse coniato da un sovrano visigoto a nome di Maggioriano: coniata ad Arelate tra il 457 e il 507 dai Visigoti, ma recava l'effige e il nome dell'imperatore romano, corrotto in iviivs haiorianvs. Queste monete, coniate dai Visigoti ad imitazione delle monete imperiali, contenevano meno oro degli originali; per questo motivo, probabilmente, Maggioriano decretò che gli esattori delle tasse dovessero accettare tutte le monete d'oro al loro valore nominale, tranne quelle galliche, di valore inferiore



Moneta di Maggiorano



Federico Barbarossa

Federico Barbarossa, nipote dell’imperatore Corrado III, viene incoronato re di Germania alla morte dello zio nel 1152. La sua indipendenza e decisione si rivelano subito: immediatamente rimuove l’arcivescovo di Magonza.


La sua intenzione è quella di restaurare il potere imperiale, limitando tutti i poteri dei nobili, delle città e del clero, e restaurando il possesso di quei diritti usurpati durante gli anni di regno d'imperatori deboli.
Ottone Morena narra che proprio in questo contesto due lodigiani, Albernaldo Alamano e Maestro Om
obono, saputo che l’Imperatore teneva una dieta in Costanza, dove si lamentarono per le tragiche condizioni in cui era ridotta la loro città. Lodi era stata oppressa da Milano, che iniziava ad affermare la sua supremazia sulle città lombarde ed era in conflitto perenne anche con Pavia.
La città ticinese era anche la nemica giurata di Tortona, e questo conduceva ad una sorta di alleanza naturale fra la città meneghina e quella del Leone. Federico stava preparando il suo viaggio in Italia , sia per mettere ordine fra i Comuni del nord Italia, sia per essere incoronato Imperatore dal nuovo Papa Adriano IV .


Immagine del Barbarossa

A questo scopo mandò il suo messo Sicherio sia a Lodi sia a Milano, non riuscendo ad imporre l’arbitrato imperiale sulle città, mentre le città opposte a Milano inviavano inviti ed oro affinché l’Imperatore giungesse con un forte esercito e riducesse il potere milanese.


Federico giunse nella Pianura Padana nel 1154, e convocò nel Novembre 1154 la dieta a Roncaglia. Le città presentarono le loro rimostranze, quasi tutte rivolte contro Milano, ma i Pavesi si lamentarono fortemente anche di Tortona, e gli ambasciatori di quest’ultima furono minacciati che, se non avessero adempiuto agli ordini imperiali, sarebbero stati posti al bando dell’Impero e l’Imperatore stesso sarebbe giunto in città per imporre il proprio volere.


I tortonesi, appoggiati dai milanesi, rigettarono pubblicamente le sue minacce. L’Imperatore non perse tempo: dopo aver distrutto in dicembre i castelli di Trecate e Rosate ed aver preso, quasi senza opposizione, Asti ai primi di febbraio, piombò improvvisamente con i pavesi il 14 febbraio (il 13 secondo Ottone Morena). I tortonesi furono presi di sorpresa: le cisterne dell’acqua non erano completamente piene ed i milanesi erano riusciti a mandare solo una parte delle loro truppe nella città.

Iniziò un durissimo assedio; la città allora era divisa in due parti: la città bassa, nata sull’antica centuriazione romana e sviluppatasi lungo la via Emilia, non era difendibile e fu subito abbandonata, ma la città alta, che sorgeva sull’impervio acropoli oggi chiamato “Castello” , era una vera e propria fortezza naturale.


In questa rocca si trovavano la basilica vescovile, il vescovado ed il palazzo comunale. L’unico lato assaltabile era quello della “Porta d’oro”, verso Sarezzano, dove il dislivello era minore. Purtroppo però le cisterne dell’acqua non erano colme e nella rocca non vi erano fonti, che invece abbondavano appena al di fuori. Quotidianamente vi furono assalti alle mura e contrattacchi, mentre macchine da guerra imperiali, soprattutto mangani (antica macchina da guerra simile sd un enorme lanciasassi) cercavano di danneggiare le mura.


I tortonesi ed i milanesi si difendevano bene e difficilmente gli imperiali sarebbero riusciti a penetrare in città, ma la primavera fu particolarmente asciutta e priva di piogge. Le cisterne si svuotarono, anche il vino finì, e si iniziarono battaglie cruentissime quotidiane attorno alle fonti fuori le mura.
Alla fine , su suggerimento dei pavesi, tutte le fonti furono avvelenate con cadaveri e carcasse animali. La situazione nella città si fece tragica. Il vescovo di Tortona, Oberto, forse tramite un “Prete Fliscus”, della famiglia dei Fieschi, ottenne l’intervento dell’abate Bruno di Chiaravalle di Bagnolo. Questi ammorbidì le posizione dell’Imperatore, che permise ai tortonesi ed ai milanesi di andarsene dalla rocca portando con sè quello che potevano.


Era il giorno 19 Aprile. L’Imperatore aveva rilasciato delle garanzie circa la non totale distruzione della città, ma dopo la sua partenza i pavesi la dettero completamente a fuoco e distrussero le mura. Il cronista narra che l’Abate di Chiaravalle mori per questa violazione dei patti. L’esilio dei tortonesi durò poco, già a maggio i milanesi inviarono ingenti truppe per permettere il ritorno dei cittadini e la ricostruzione delle mura, ciò avvenne anche con l’aiuto finanziario della città meneghina. Alla fine dell’estate del 1155 la città era stata ricostruita più bella e grande di prima.


IL SACRO GRAAL A TORTONA

Ricostruzione del Sacro Graal

Tortona ebbe vita fiorente fino al tardo impero, la città si estendeva nella parte settentrionale della città odierna, tra Porta Voghera e Piazza del Duomo, era dotata di un arx superior fortificata sulla collina ed era ricca di edifici pubblici (portico, foro, teatro, terme, biblioteca) e di templi.
La Santa Coppa di Cristo fu custodita in Tortona dal 410 fino certamente all'epoca di Federico II. La storia di questo meraviglioso tesoro materiale-spirituale segue le linee invisibili della storia.


Nascosta in Gerusalemme ne uscì portata da Giuseppe d'Erimatea per essere custodita nella Chiesa di Efeso e nelle sette Chiese d'Asia sotto la vigilanza di S. Giovanni. Passò anche in Armenia per poi tornare in Gerusalemme quando non ci fu più alcun pericolo per i cristiani. Fu sepolta vicino al Santo Sepolcro e lì ritrovata dall'Imperatrice Elena e portata a Roma. Era custodita nel palazzo imperiale del Palatino. Durante l'apostasia dell'Imperatore Giuliano fu trafugata e messa sotto la custodia della Chiesa nel Santa sanctorum del Laterano.


Una delle proprietà della Coppa era ispirare la visione del futuro e aiutare i cristiani a sfuggire alle persecuzioni. La Coppa stessa si difende dalle violenze e dalle profanazioni: possiede il potere di apparire e scomparire quando non vi sono custodi umani degni.

L'Imperatore Maiorano fu ucciso a Tortona in rapporto con la sacra coppa, della quale per primo ne volle, ideò e preparò la custodia in Dertona. In ogni luogo ove passò ne fu fatta un'imitazione onorevole che ne esprimeva un tratto spirituale e simbolico. Fu anche a Valencia in Spagna, ove è conservata una sua sacra imitazione, e pure a Genova dove si può vedere nel museo della cattedrale di San Lorenzo e chiamato "sacro catino". http://www.fabiolottero.it/SacroCatino.html

Il Sacro catino conservato a Genova nella Cattedrale di San Lorenzo

Nel 410 mentre i barbari stavano per invadere Roma, fu fatta fuggire a bordo di una nave guidata da ufficiali romani scelti e fedeli che la portarono a Genova e attraverso gli apennini liguri a Tortona, nelle segrete del castrum terdonensis. Da allora Genova iniziò ad essere soprannominata "Ianua" perché per essa passò la Coppa rivelando i suoi misteri e prodigi, e da allora Dertona fu chiamata Terdona per la presenza di tale tesoro.


Fu scelta Tortona perchè era ancora un baluardo di romanità intatta ed invitta in un mare di caos e contaminazione barbarica e pagana, perché il suo castello era munitissimo e difficilmente prendibile e non era ancora stato conquistato né profanato dai nemici, perché era chiamata "piccola Roma" per i suoi sette colli, e possedeva la stemma del leone derivante dalle legioni romane che sempre vi stanziarono, perché era la più antica colonia romana del nord, perché era città non appariscente e non opulenta ma solamente militare e famosa per la sua fedeltà a Roma.


Il nome celtico non fu alterato da Roma ma perpetuato: un segno di grande rispetto e in pochi anni dalla colonizzazione romana era già "città insigne". Il suo nome celtico "Derton" (luogo alto/luogo forte) da cui la fedele latinizzazione "Dertona", fu reinterpretato profeticamente come "Terdona", cioè "la città dei tre doni", la città degna di ospitare il più grande tesoro-reliquia del Dio trinitario, il calice che conteneva il triplice dono: l'oro dell'amore e della regalità del Suo sangue, l'incenso della sacralità  e della sua funzione propiziatoria e rituale, e la mirra dell'immortalità dello Spirito e del Corpo di Cristo e delle Sue reliquie.


Una città che era stata fondata dai romani tre volte (sotto il Senato, sotto Cesare, e sotto Augusto) quale fedele modello di Roma era quella adatta per ricevere il segno della nuova sovranità universale della trinità. I tre doni potevano anche essere: la Santa Coppa, la Croce di Cristo e un'altra Reliquia o manifestazione divina.


Si dice che in località tortonese vicino a Paderna avvenne nei primi tempi del Cristianesimo una manifestazione divina in triplice forma: di sorgente d'olio, di pietra e di sangue. Per questo motivo che i potenti Vescovi-conte di Terdona ottennero dall'Imperatore, e da Milano, e tennero fino al 1783, un "principato" che comprendeva un piccolo territorio includente tale zona e in totale sette località disposte similmente al carro dell' Orsa maggiore.


Dal tardo impero si costituì un misterioso e profondo legame spirituale fra Terdona e Milano: Milano fu sempre sollecita ad aiutare Tortona e ne ricostruì più volte il borgo distrutto dai nemici. Un legame che passò per i primi vescovi di Terdona fra cui il nobile Innocenzio Quinzio. Era come se Milano fosse in debito morale con Tortona o come se avessero un grande interesse in comune.


I santi Nazario e Celso ad esempio soggiornarono a Tortona e furono martirizzati a Milano, i resti dei Re Magi sono sepolti in San Eustorgio in Milano. Tre erano i doni portati dai santi Re al Dio neonato, questo il legame. Milano sapeva del Tesoro spirituale nascosto in Terdona e garantiva l'indipendenza e la sopravvivenza di Tortona.


Da quando giunse tale tesoro prodigioso allora, ancor più prodigiosamente, il Castello della la città fu risparmiato dalla distruzione e fu sempre più ingrandito, potenziato e stimato dai Re d'italia gotici e dagli Imperatori carolingi e del sacro Romano Impero.
Teodorico fece del forte di Terdona il granaio per tutta la Liguria. Ancora una volta la sacra Coppa viene associata all'abbondanza e alla sicurezza della terra. In Tortona convissero pacificamente romani e goti, franchi e longobardi: tutti uniti nella venerazione della reliquia e ben influenzati dai poteri della stessa! Persino i bizantini cercano di impadronirsene e di raggiungere Tortona. Solo la presenza segreta della Santa coppa spiega l'importanza di una città ben piccola. Solo la presenza di tale preziosissima reliquia spiega il passaggio per Tortona di Carlo Magno e la presenza in Tortona di figure femminili di stirpe imperiale e regale.


L'imperatrice Giuditta, l'imperatrice Richilde (che fu consacrata tale dal Pontefice nel Castello di Tortona) e alla fine la Duchessa Cristierna di Danimarca, ultima duchessa di Milano, la Coppa era portata in processione da nobili donne. La Coppa e le sue virtù giustificano la grande e non comprensibile autonomia e nobiltà che ebbe per più di 1000 anni la contea Tortonese. 


Per alcuni periodi la Santa coppa fu custodita anche nel monastero di Bobbio, in Diocesi di Tortona, e in tempi più recenti nel feudo di Rosano. Relativamente a Bobbio notiamo che il Papa Silvestro II era Abate di Bobbio, della Diocesi di Tortona e assunse lo stesso nome del Papa di Costantino, colui che aveva recuperato la Coppa. Chiaro segnale di strategia e legittimazione divina, ancor oggi nel Museo romano di Bobbio è conservata un anfora che la tradizione ritiene una delle anfore utilizzate alle nozze di Cana.

".... Come in un vaso d'argento si conserva un aureo monile...." ( San Colombano)
".... narrano anche, mirabile a dirsi, di un vaso d'argento trasportato da un fiume possente per un ampia distanza, per volere divino, dal Signore trasmesso a Monenna..." ( anonimo).
Queste citazioni sostengono che la Santa Coppa di Cristo fu custodita in Tortona dal 410 fino certamente all'epoca di Federico II. La storia di questo tesoro materiale-spirituale segue le linee invisibili della storia della salvezza.


Fu un oggetto creato dagli angeli su ordine di Dio e poi donato da Lui ad Adamo in occasione della creazione di Eva e dell'unione dei progenitori.
Oggetto dunque sia materiale che spirituale, carico dei carismi di Dio. Fu l'unica cosa che Seth tornò a riprendere nell'Eden durante i 40 giorni concessigli da Dio, e fu poi tramandata da Seth in poi attraverso la stirpe santa: da Enoch a Noè, da Sem a Melchisedek Re di Salem che la donò ad Abramo. Seguì la stirpe di Abramo fino a Mosè che la riportò in Terra santa e veniva custodita nella Tenda della testimonianza, nell'arca dell'Alleanza e con Salomone nel Tempio di Gerusalemme.
Fattane una copia per il Tempio, fu poi affidata ai Magi caldei e da loro portata al Dio-bambino nel giorno dell’Epifania per poi affidarla agli Esseni che la custodirono in una grotta nel deserto. Giunse infine definitivamente a Colui al quale era destinata: il nuovo Adamo celeste, il Cristo, il restauratore dell'Alleanza con Dio, e l'Iniziatore della nuova stirpe eletta. Fu custodita dalla Santa Vergine,  da San Giovanni e da Giuseppe d'Arimatea.


La Coppa era portata in processione da nobili donne, e le sue virtù giustificano la grande e non comprensibile autonomia e nobiltà che ebbe per più di 1000 anni la  contea Tortonese e anche da tale presenza spirituale invisibile ma fortissima derivò la gloria e la grandezza della sua Diocesi.
L'"ager dertonensis o iriensis" era vasto e comprendeva un area in cui l'influsso di Dertona sopravvisse dal punto di vista ideale anche quando non sussisteva più un corrispondente potere di controllo militare e politico: andava da Villa del Foro (Alessandria) fino a Voghera, dal Fiume Po e da Pozzolo fino a Libarna (Serravalle) comprendendo inoltre cinque valli: Val Trebbia, Val Staffora, Val Curone, Val Grue e Val Borbera.
La stessa configurazione prese poi la Diocesi di Dertona. Per alcuni periodi la Santa coppa fu custodita anche nel monastero di Bobbio, in Diocesi di Tortona, e in tempi più recenti nel feudo di Rosano.


In merito al feudo-monastero-fortezza di Rosano (Rossiano-Roxano-Rubea) c’è da osservare che apparteneva all’Abbazia tortonese di San Marziano e possedeva tre Chiese nonché importanti reliquie come il corpo di San Vitale, e fu poi custodito dalla potente famiglia degli Spinola di Spagna.


In Rosano si venerava San Michele e la Vergine e oggi ancora si può ammirare un affresco del 1400-1500 raffigurante una rara Madonna la quale, mentre allatta, mostra tre fiori porgendo un Gesù bambino ornato da una collana di corallo.
Rosano presidiava anche il guado sul Curone. Durante il periodo carolingio e ottoniano Tortona fu spesso sede di soggiorno e di corte per gli Imperatori e i Papi, i quali si fermavano anche nel territorio tortonese in una località chiamata “Alpe plana”. (Ad esempio Papa Callisto II).


I Vescovi di Tortona erano segretari-consiglieri-ambasciatori degli Imperatori e Principi del Regno Italico: eleggevano-confermavano i Re d’Italia in Milano o Pavia. Essi si dichiaravano soggetti alla Legge Longobardica. Il Tortonese era l’unica regione della Liguria che apparteneva anche alla Longobardìa. Prova ne è che spesso la Chiesa di Tortona più volte nascose e protesse gli Arcivescovi di Milano quando erano oppressi e combattuti dai barbari o dagli Imperatori.
Spesso questi autorevoli e  potenti Vescovi mediarono fra l’Imperatore e il Papa nella lotta delle investiture: pur restando fedeli al Pontefice conservavano margini di autonomia e di mediazione.


Ancora nel 1500 il Vescovo Gambara scriveva a Carlo V nel tentativo di riconciliare l’Imperatore con il Pontefice. Altra vicenda epocale fu il terribile assedio che il Barbarossa strinse per due mesi attorno a Tortona, riuscendo a prenderla solo per sete dopo aver avvelenato le sorgenti.
Anzichè sprecare tante vite umane, tempo ed energia contro Tortona invece di scendere subito a Roma a rivendicare i diritti imperiali o indirizzarsi contro città ostili più potenti? Perché l'Imperatore pretendeva il possesso della Santa Coppa, desiderata per le sue virtù di propiziazione e di invincibilità. Il Barbarossa invece di accontentarsi di contemplarla e di adorare il Sangue di Cristo in essa contenuta come avevano fatto gli altri Imperatori, ne rivendicava la proprietà, di qui lo scontro.


Tortona possedeva la soluzione di equilibrio: città dalle radici profondamente romane, contea carolingia, ma anche potente Diocesi fortemente cattolicizzata e governata dai vescovi-conte, territorio in perfetto equilibrio fra Liguria e Lombardia, fra Genova e Milano, città infine da sempre autonoma nel suo territorio e mai interessata da ambizioni espansive. L'unico scopo strategico di Tortona fu: conservare, custodire, perpetuare, consolidare un culto, un rito, una missione, quella di difendere la santa coppa di Cristo.


Quando i Milanesi ricostruirono la fortezza di Tortona dopo la distruzione operata dal Barbarossa fecero tre doni all’amata Tortona consistenti in tre emblemi due dei quali erano la Croce rossa su campo bianco (che dai tempi di Costantino sventolava dagli spalti di Tortona) e  il segno del Sole e della Luna. Ennesima conferma della gloria regale ed universale che circondava la Città e che solo la Coppa di Cristo giustificava.


Alla Pace di Costanza Tortona figura fra le città dalla parte dell’Impero, nonostante le due distruzioni subite la tenacia di Tortona vinse e persino il Barbarossa dovette trovare un accordo dignitoso con Tortona e la volle alla fine con se.
La durezza del Barbarossa non fu imitata da Federico II che ricoprì di onori e privilegi Tortona, donandole fra l’altro il diritto di battere moneta, privilegi confermati dall’Imperatore Arrigo VII. Da allora non ebbe più incrinature o decurtazioni l’imperialità della Città di Tortona fino ad Umberto II di Savoia, protettore di Gerusalemme e ultimo conte di Tortona.


Impressionante fu sempre l’elevato numero di famiglie nobili rispetto la ridotta quantità di popolazione: già sessanta nel 1145. La Coppa dopotutto è sempre stata cantata quale fonte di nobiltà e di fecondità, quale culla di regali stirpi.


Altri indizi e conferme di tale presenza e funzione. Tortona possedeva una porta denominata "porta dei Leoni" e posta sul castello verso sud-ovest, simbolo di eccelsa regalità: il Leone difende la coppa dalla direzione simbolicamente più delicata. Come Cristo è nato ad est e come il Nord è dimensione favorevole per la Chiesa cattolica, così il nemico simbolico viene da sud ovest, e va protetta la via per la quale è giunta la Coppa, dal mare, dalla Liguria.
Tortona restò sempre e fino ad oggi appartenente alla regione ligure, di origine celtica: è l'unica Diocesi della Liguria pur non avendo il mare. Lo stesso simbolo del Leone è simbolo che viene dalle legioni romane e tutte le maggiori famiglie nobili di Tortona possedevano tale simbolo. Ma è soprattutto simbolo di Cristo: il "Leone di Giuda", e conferma  quella nobiltà mistica che derivava dalla Coppa e dal servizio ad essa.

Il leone era il simbolo di Lancillotto che era nato nella città del Leone (tanto che alcuni pensavano si trattasse di "Lione" per assonanza ).
Per nobiltà che discendeva dalla presenza della Coppa fu richiesta la presenza dei Tortonesi alle prime Crociate e lo stesso Imperatore Federico II, nonché i Monferrato, volle imparentarsi con i nobili di Tortona.


L'altro simbolo eccelso unito al Leone e unico nel suo genere e che rappresenta araldicamente Tortona, è la Rosa. Il calice è simbolicamente analogo al fiore e al cuore. Come il Leone è il più nobile degli animali così per l'Occidente cristiano la Rosa è il più regale dei fiori.

L'unione dei due, con il Leone che mostra e impugna la rosa volgendosi verso sinistra (in senso antiorario), dimostra una nobiltà spirituale indicibile e inaudita per una piccola città, e lancia un messaggio cifrato: in Tortona Cristo possiede la Sua coppa santa, l'unità è restaurata, è presente il vasello che custodisce il Sangue vivo ed inconsumabile di Cristo, l'anima è colma dello Spirito del Suo Re.
I colori: Leone argentato su fondo vermiglio, i due colori dell'Amore mistico del Cantico delle creature, i colori del potere, e soprattutto lo stesso simbolo dello scudo di Parsifall.
Ancor oggi sopravvivono ulteriori conferme sapienziali di questa tesi: la città è circondata non più da sette colli (spianati per ragioni militari-economiche e consunti dai secoli) ma sempre da sette frazioni (Passalacqua, Torre Garofoli, Monbisaggio, Castellar Ponzano, Vho, Rivalta, Bettole), come le stelle dell'Orsa sono vicine alla Stella polare e come le sette stelle  del candelabro di Cristo nell'Apocalisse; oltre a ciò in città da più di due secoli si stampa "l'almanacco del Gran Pescatore di Chiaravalle", segno evidente dell'unicità ed importanza spirituale della città. E' il Re pescatore il custode della Coppa  E' Cristo stesso Pescatore di uomini. La Coppa ispirava la profezia e governava la fecondità della terra.
Altri segni curiosi: vicino a Bettole di Rivalta passa una strada chiamata “Strada dell’Imperatore”, e una simile denominazione è presente vicino a Dernice; in Torre Garofoli passa la “strada Cerca” sullo stesso tragitto della via Romea e di San Giacomo di Compostela; San Giovanni Bosco dal Castello di Tortona benedisse la città, l'Italia e il mondo intero con l'auspicio che l'Italia tornasse cuore della luce cristiana sul mondo intero, non è un augurio-preghiera che si comprende meglio se si pensa alla presenza alla Coppa-Cuore di Cristo in Tortona.
Altro segno: Tortona conserva una reliquia della Santa Croce e possedeva una presenza dei cavalieri Templari presso l'ostello-chiesa-porta di San Giacomo (una delle poche loro presenze in Piemonte). 

Era compito dei Templari, secondo la loro regola, custodire la Santa Croce. Era sul castello la Cattedrale prima del 1500, solo la Croce santa era da loro custodita e ci sono reliquie della Croce santa in ogni Chiesa cattolica.


Ultimi segni: ancora lo stemma araldico, una corona di alloro e di quercia, segno della perfetta intesa fra celti e romani. Roma tenne lo stesso nome celtico della città invece di imporne uno nuovo, segno che dopo la guerra di conquista era avvenuta una piena saldatura fra il passato celtico e il futuro romano.
L'alloro e la quercia sono inoltre simbolo di massima gloria e di forza. Oltre a ciò è  illuminante il motto araldico: "Pro tribus donis Terdona similis Leonis". Cioè: Tortona è simile a Cristo perché ne custodisce la Santa Coppa, Tempio e ricettacolo della Santissima Trinità, e come i Re Magi la ripresenta a Cristo.


Ecco la spiegazione dell'incredibile numero di Chiese, Conventi, Abbazie, Monasteri e Ostelli per pellegrini che si trovavano a Terdona nel medioevo: era un piccola Roma, una piccola Gerusalemme; la presenza della sacra Coppa ispirava un costruttivo misticismo e il gran numero di luoghi sacri era pure utile a dissimulare il luogo in cui era nascosta la Coppa. Non è altrimenti spiegabile la presenza di un tale numero di ospedali e di ostelli per i pellegrini: in Chiese, Case, Mansioni, e in luoghi che oggi sono Tenute e Cascine e un tempo erano domus di notabili romani.


Non basta la giustificazione che Terdona era situata all’incrocio delle tre vie sante principali: Via Francigena, Via Romea, e Via compostelliana; in realtà è vero anche il contrario: il misticismo che emanava da Terdona e alcune fughe di notizie richiamarono e attrassero turbe di pellegrini per i quali Terdona non era solo una tappa importante nel pellegrinaggio, ma anche una meta stessa di pellegrinaggio.


All’epoca del medioevo il Castello di Tortona doveva apparire estremamente elevato per l’altezza del Colle, i terrapieni e le mura, abbellito da una Torre romana chiamata “Rubea”, cioè Rossa, (anche detta “Tarquinia”) e da una Torre Bianca, e circondato dalle acque, in quanto era circondato dal fiume Scrivia (all’epoca ricco di acque tanto che solo esperti traghettatori erano in grado di passarlo e non esistevano ponti), e dai torrenti Ossona, e  Grue.
Era difeso e abbellito per tre lati dall’acqua, nonchè circondato da colline, sentieri, rogge e rocce, oltre ad essere collegato per mezzo di gallerie e cunicoli sotterranei all’Abbazia cistercense di Rivalta (Ripa-alta) e alle Chiese del Borgo sottostante: un  paesaggio  variegato e fascinoso molto simile a quello del Castello del Re Pescatore, al Castello del Graal e ai luoghi limitrofi come sono descritti nei romanzi cavallereschi del 1200-1300.


L’altezza del Castello e la sua posizione  permetteva di metterlo in comunicazione visiva con un territorio  molto vasto e significativo: Novi Ligure da un lato, Voghera dall’altro, e verso Genova o la Lunigiana la via dei messaggi era facilmente tracciata in triplice tragitto attraverso una rete fitta di segnalazioni ignee fra forti e Castelli:
a) Pozzolo -Novi -Serravalle -Arquata -Castello della Pietra,ecc.
b) Vho -Sarezzano -Avolasca -Garbagna -Montebore -Sorli -Cantalupo -Brusamonica
c) Volpedo -Monleale -PozzolGroppo -Montemarzino -Brignano -San Sebastiano -Gremiasco -Fabbrica Curone -Varzi -Oramala, ecc.

Tutti luoghi di origine militare celtica, rifondati da romani, longobardi e franchi per la difesa dai saraceni e dai bizantini, luoghi in cui passava la “strada del sale”.


Nel primo medioevo tutta la regione ligure dell’entroterra era chiamata “Patrimonio delle Alpi Cozzie” e apparteneva alla Santa Sede, uno dei primi feudi della Chiesa di Roma. Fu usurpato dai Longobardi e poi restituito al Pontefice dal Re Ariperto. Da qui la dignità di Principi dei Vescovi di Tortona, e il loro fregiarsi, nel blasone vescovile, di una Spada accanto al Pastorale.


Non è certo fino a quando restò tale tesoro nella città di Tortona, il fatto che il Maresciallo imperiale Suwaroff il 13 maggio 1799 emanò da Tortona il suo mistico proclama al popolo piemontese è segno che ancora fosse conservata nel Castello la reliquia. Era un incitamento a difenderla, oppure era una preparazione del suo ritorno nel luogo che per tanto tempo l’aveva accolta.
E' per questo motivo che Napoleone, furioso per non avere trovato ancora la Coppa, distrusse fin dalle fondamenta, e con metodo, il grande, ma da tempo  militarmente inutile, Castello di Tortona.


Ci sono ancora molte vie in Tortona verso il mistero: i sotterranei del Castello, le cripte delle Chiese più antiche, i documenti sulla storia della Città, l'iscrizione in latino nella corte di Rosano (chi la legge intuirà la gloria della Rosa), e il misterioso mausoleo dell'Imperatore Majorano sito nella Chiesa di San Matteo (un cubo ermeticamente chiuso di 9 metri per 9).
Non si conosce cosa custodisce da millenni il Mausoleo.


Altri indizi della tesi interpretativa sono nascosti nei significati dei nomi. Arth-ur: significa in celtico: Orso, e indica la costellazione dell'Orsa maggiore, e oltre a ciò contiene  la radice in sanscrito "ur", identica in greco e latino, significante: "fuoco" (pyr-purificazione, iride, urano, uro, ira, curia, ecc.), inteso come  segno di potenza, ardore, audacia, zelo e sacro impeto.


La stessa radice sanscrita-greca-latina  si ritrova nel nome "Cur-one", valle e fiume prossimo a Tortona,  nel nome "Iria" cioè l'attuale fiume Scrivia che con i suoi flutti impetuosi difendeva la città, e nel nome "Lig-ur-ia", ove "Lig" deriva dalla divinità celtica Lug, guerriero celeste munito di fulmine e lancia (simile simbolicamente a San Michele). Anticamente Derton possedeva anche un secondo nome: Antilia o "Antiria", cioè davanti all'Iria (cioè davanti al fiume ma anche: davanti al Fuoco).
Tutto ciò conferma l'importanza sacrale di Tortona e la diffusione del culto del Fuoco, di Vesta e di Giove (sulla sommità del Colle Savo s'alzava il Tempio di Giove capitolino).


La tradizione guerriera dei Liguri si perpetuò ed accrebbe sotto le insegne di Roma. "Parsifall" significa: valle dei Persiani o Valle dei giardini, cioè la Val Curone, in cui risiedevano comunità di Armeni e di ebrei, ed era famosa per la sua vegetazione lussureggiante.
"Parsifall" ricorda il rapporto della sacra Coppa con i Re Magi e l'Oriente. Queste considerazioni non implicano un voler screditare la nordicità del ciclo bretone, ma dimostrano che non esistono contestualizzazioni esclusive per gesta cavalleresche che possono aver tratto ispirazioni da più regioni e da più epoche.


Ginevra” era in realtà Genova stessa, “Monserrat” era Monte Spineto, (detto anche Monte Arimanno) luogo sacro e rifugio dalle invasioni barbariche, luogo che serra la valle dello Scrivia (Iria) presso l’attuale Serravalle.


I potenti  Marchesi di Monferrato, audaci sostenitori della Crociata e imparentati con gli Imperatori, mai vollero conquistare Tortona ma anzi si imparentarono con le sue famiglie più nobili. E’ evidente la profonda simbologia della parola: “Mons-ferrat”.
Molti toponimi del tortonese contengono la parola “spina”, e ciò significava una funzione di difesa e di relazione in rapporto alla sacra Coppa di Cristo.
La Spina difende la Rosa, cioè il Calice sacro. Oltre al precedente un altro esempio: Spineto Scrivia, nella contea-principato del Vescovato.
Una delle più potenti e nobili famiglie del Tortonese erano i  “Malaspina”, decantati da Dante Alighieri e di cui il Poeta  fu ospite nel Castello di Oramala, e gli Spinola.  “Lionello” era Villa del Foro e Libarna.
“Lionello” significava: il piccolo Leone, i piccoli del Leone, cioè le due filiazioni della Colonia Dertona. “Galvano” era Galgano, cioè chi, imitando il santo cavaliere, andava in mistico pellegrinaggio verso San Michele (di Susa o del Gargano). La linea di San Michele partiva da San Michele in Normandia e arrivava a Gerusalemme passando per Tortona e il Gargano.


Lancillotto” era connesso con Asti = “Hasta” = Lancia. La Lancia non è lontana dalla Coppa e la Coppa non è lontana dalla Lancia. Non era la Coppa il simbolo di Lancillotto, per la Quale aveva lasciato tutto vivendo in una perpetua ricerca? Non era Asti il luogo famoso in tutta l’antichità per la confezione di calici e coppe? Presso Frugarolo, in territorio dertonese, nel 1300 venne affrescata la stanza di una piccola residenza nobiliare con il ciclo di Lancillotto, dipinto mentre combatte contro i sassoni. Questo è che la sopravvivenza epica della memoria delle gesta dei cavalieri tortonesi romano-cristiani sotto Aureliano e sotto Maiorano contro i marcomanni.


Sarras” era Sarezzano: luogo vicinissimo a Terdona in cui si elevava una rocca celtica antichissima. I famosi boschi di Parsifall e scenario di tante avventure, ricchi di selvaggina e di cavalieri che vagavano, non erano altro che i boschi della Fraschetta (ormai aimè non più esistenti!) luogo prediletto dai Goti, dai Longobardi e dai Franchi per l’arte della caccia. La Tavola era la rocca stessa: tutto il forte e lo stesso borgo si sviluppa in un perfetto cerchio attorno alla roccia del Colle Savo.


Se a questo si aggiunge che sul Forte era venerata una Madonna Nera il cui ritratto è ancora conservato nella cattedrale di Tortona e i cui occhi trasmettono una terribile dolcezza, e se consideriamo che la posizione astrologica di Tortona è favorevolissima, contemplando ad esempio un dominio di Saturno nel mese di dicembre (Saturno è il protettore e dispensatore delle ricchezze occulte, nume dell’essere e della sapienza), e se ricordiamo che Tortona era ricchissima di acqua e attraversata da numerose sorgenti, canali, rogge e chiuse, il quadro sapienziale è completo e rarissimo.


Lo stretto legame sussistente fra Tortona e i santi monaci irlandesi che vi giunsero (per poi portarsi a Cella di Varzi e a Bobbio) rappresenta un ulteriore conferma della credibilità della tesi sostenuta della vicinanza del Graal a Tortona.


Non solo il grande San Colombano ma molti altri monaci irlandesi, scoti, britannici e bretoni giunsero nell'ager di San Marziano per salvare tesori spirituali e anime e regni. Sugli appennini liguri vivevano ancora comunità celtiche isolate di cui nessuno più capiva il linguaggio tranne i monaci itineranti irlandesi.


Come fu per il Regno sacro e spirituale dei Re dei britanni fino ad Arturus così fu per il Marchesato-Contea di Tortona: un Regnum invisibile riconosciuto solo da e fra i nobili, i cavalieri e i monaci che ne condividevano la segreta esistenza: un vassallaggio parallelo ed autonomo, in quanto interiore e spirituale, rispetto a quello tipicamente feudale.
Dopotutto Tortona sfugge ad ogni chiara e canonica classificazione feudale e dinastica, essendo un equilibrio perfetto fra Impero e Papato: i Vescovi di Tortona erano conti e principi, ma la corona della Città è del Marchesato, il territorio era lombardo e imperiale, ma nello stesso tempo apparteneva al Patrimonio di Pietro, i nobili maggiori di Tortona erano imparentati con l'Imperatore ma pure reggevano un Comune molto autonomo e mai eretico.


E se Merlino e San Patrizio fossero la stesa persona? Questa idea rafforza e chiarifica ulteriormente la vocazione spirituale di Tortona.
Molte sono le concordanze fra le loro figure e storie: entrambi nascono britanni, anzi romano-britanni, entrambi viaggiano molto e vivono a lungo, entrambi sono figure di profeti-sacerdoti ed esorcisti, entrambi sono di nobile stirpe e consiglieri di re, entrambi vivono molti anni in Gallia (San Patrizio dal 415 al 432) per poi ritornare in Britannia, entrambi erano fra gli ultimi a conoscere molto bene la cultura celtica e in particolare i riti dei Druidi.


C'è da considerare infine che il periodo storico coincide perfettamente: dalla partenza delle legioni romane nel 410 al predominio dei sassoni in Inghilterra. San Patrizio aveva 19 anni nel 410 e 59 anni nel 450; data fatidica: l'unica data certa del ciclo epico, l'anno in cui Galaad, il Cavaliere vergine perfetto, si siede sul seggio periglioso portando a compimento le profezie ed iniziando le ultime imprese della cavalleria spirituale, che porranno fine ai tempi avventurosi, in cui Cristo aveva chiamato eroi e cavalieri a lottare contro le ultime forze infere che ancora vagavano per la terra e tentavano invano di resistere al nuovo Regno di Cristo.


Pochi anni dopo il 450 iniziò il crepuscolo del Regno britannico e Arturus, ferito ma non vinto nè morto, come i Re pescatori, si occultò nell'invisibile da dove aspetta, con Federico II e Merlino, il tempo previsto per risvegliarsi, novelli Elìa, al combattimento finale contro le forze del male.
Se Merlino è San Patrizio allora non solo dal sud ma anche dal nord la Coppa segnò la via passando per Tortona.


Si vuol sostenere che i nomi dell’epica cavalleresca medioevale non risultano tanto nomi specifici di persone, quanto soprannomi di battaglia, quali nomi-segni ideali, quali tipologie interiori, quali maschere simboliche che più persone  e più generazioni hanno indossato e incarnato, in connessione con determinati  luoghi spirituali e azioni rituali!
Questa tesi non vuole giungere alla conclusione che non siano esistiti personaggi storici cavallereschi e militari nel primo medioevo che abbiano ispirato tradizioni eroiche (Artù-Lancillotto-Parsifall-Galvano), e neppure vuol sostenere che non siano accadute in Britannia, Bretagna, Provenza, Svizzera, Spagna e Persia, gesta cavalleresche poi idealizzate caratterizzate dalla fusione fra le ultime sopravvivenze di un mondo romano cavalleresco e militare con un Cristianesimo fresco e mistico-eroico; ma semplicemente si vuol sostenere che anche il territorio Tortonese si inscrive a pieno titolo in questo panorama simbolico, in questa geografia sacrale che tanta ispirazione diede all’epos e alla religiosità occidentale. Una storia ancora viva: chi si rechi in prossimità della Torre–mansione del ponte di Cassano sullo Scrivia ancora sente palpitare una forte sacralità del luogo.


Una storia ancora vicina: pochi anni dopo la seconda guerra mondiale ad Angela Volpini, allora bambina, a Casanova Staffora (PV), in Diocesi di Tortona, apparve la Santa Coppa di Cristo.


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Gian Galeazzo Sforza

Gian Galeazzo Maria Sforza (Abbiategrasso, 20 giugno 1469 – Pavia, 22 ottobre 1494) fu Duca di Milano, nacque nel castello di Abbiategrasso e crebbe successivamente alla corte di Milano.
Egli succedette al padre Galeazzo Maria dopo l'assassinio di questi nel 1476, come sesto duca di Milano. Quando il piccolo Gian Glaeazzo Maria salì al trono aveva solo 9 anni e venne incoronato il 24 aprile 1478, in un primo momento sotto la reggenza della madre Bona di Savoia (1449 - 1503) che stabilì l'istituzione di un consiglio di reggenza creato da uomini di sua fiducia tra i quali spiccava Francesco Simonetta (poi fatto decapitare da Ludovico il Moro).


Il 2 febbraio 1489, Gian Galeazzo Maria sposò Isabella d'Aragona (1470-1524), figlia di Alfonso duca di Calabria. I festeggiamenti per le loro nozze durarono a lungo e famosa fu la rappresentazione tenutasi il 13 gennaio 1490 di un'opera musicale il cui testo poetico venne composto da Bernardo Bellincioni, mentre le scene vennero realizzate da Leonardo da Vinci: era la famosa Festa del Paradiso.
Dopo la celebrazione del rito religioso, gli sposi stabilirono la loro residenza presso la Rocchetta del Castello Sforzesco a Milano, ma con la nascita dei figli si trasferirono dapprima a Vigevano e poi al castello di Pavia.


Fu dopo il matrimonio che, gradualmente, Gian Galeazzo Maria Sforza incominciò ad occuparsi attivamente degli svaghi della vita ducale e della famiglia, trascurando o meglio affidando sempre più gli incarichi di governo allo zio Ludovico Sforza detto il Moro (che già era suo coreggente dal 1480), il quale lentamente arrivò ad estrometterlo dal potere.


Venne probabilmente avvelenato durante l'invasione di Carlo VIII di Francia su richiesta di Ludovico il Moro che regnò con il consenso dei francesi, su Milano. Il suo feretro, riportato a Milano ricoperto di un drappo di broccato d'oro, venne trasportato dapprima nella chiesa di Sant'Eustorgio e poi nel Duomo ove avvennero le esequie solenni.

Isabella d'Aragona

Isabella d'Aragona (Napoli, 2 ottobre 1470 – Napoli, 11 febbraio 1524) fu duchessa di Milano, di Bari e di Rossano. Secondogenita di Alfonso II erede al trono di Napoli e di Ippolita Maria Sforza. Eredita dal padre il carattere fiero, l'orgoglio per la propria dinastia, l'attitudine al comando; dalla madre apprese l'amore per l'arte e la cultura.

Ritratto di Isabella d'aragona dipittore  anonimo.

Secondo gli ultimi studi in materia, il volto della nobile sposa era quello della Gioconda di Leonardo da Vinci, Isabella posò per il famoso quadro chiamato anche Monna Lisa nel periodo in cui il pittore risiedeva a Milano. 

Duchessa infelice
All'età di soli due anni viene promessa in sposa a Gian Galeazzo Sforza (che aveva quattro anni), figlio del duca di Milano, Galeazzo Sforza. Questo matrimonio rientrava nella politica che aveva intenzione di stringere i rapporti e consolidare l'amicizia tra i due stati. Infatti, precedentemente erano già state stipulate altre due promesse di matrimonio tra Alfonso II, padre di Isabella, e Ippolita Maria Sforza, e tra Sforza Maria Sforza e Eleonora d'Aragona (che non sposerà Sforza Maria ma il duca di Ferrara Ercole d'Este). Ferdinando I di Napoli, che combinò il matrimonio di Isabella, concesse anche i territori di Bari, Modugno e Palo del Colle a Sforza Maria Sforza che divenne il primo Duca di quelle terre.


Alla morte di Galeazzo Sforza, divenne duca di Milano il giovanissimo Gian Galeazzo che rimase sotto la reggenza della madre, Bona di Savoia. Si occupava degli affari di Stato il cancelliere Cicco Simonetta. I quattro fratelli di Galeazzo (Sforza Maria, Ludovico detto il Moro, Ascanio e Ottaviano) tentarono, senza successo di acquisire la reggenza del Ducato.
Alla morte di Sforza Maria, Ludovico il Moro divenne duca di Bari, ma i suoi interessi riguardavano soprattutto Milano. Infatti, riuscì a convincere Bona di Savoia ad allontanare Cicco Simonetta: in questo modo poté avere mano libera nel governo del Ducato di Milano. Continuò sempre ad avere il potere effettivo nel Ducato anche quando Gian Galeazzo raggiunse un'età sufficiente per regnare da solo.


Da questo matrimonio Isabella ebbe quattro figli: Francesco, Bona, Ippolita e Bianca che morì all'età di 3 anni. Quando Isabella arrivò a Milano trovò una situazione nella quale il marito era succube del potere dello zio Ludovico il Moro, che assegnò ai due sposi il castello di Pavia per tenerli lontani dal governo. Il carattere fiero di Isabella le impediva di accettare questa condizione (aggravata dal fatto che la moglie di Ludovico, Beatrice d'Este era trattata come fosse la vera Duchessa) e già dopo il primo anno di matrimonio si definiva «la peggio maritata donna del mondo».
Nel 1493 Isabella scrisse al padre Alfonso per denunciare la sua situazione ma la ferma reazione, voluta da suo padre, venne frenata dalla prudenza del nonno, re Ferrante I. Quando nel 1494 Alfonso II salì al trono di Napoli, dichiarò subito guerra al Moro. Il 22 ottobre di quell'anno morì Gian Galeazzo nel castello di Pavia all'età di 25 anni; si ritiene sia stato avvelenato dal Moro che il giorno dopo la morte di Gian Galeazzo venne eletto duca di Milano.


Ciò non pose termine agli atti ostili di Ludovico nei confronti di Isabella che, nel 1497, venne trasferita con le sue figlie a Milano, mentre il piccolo figlio Francesco, erede legittimo del ducato, veniva lasciato in custodia a Pavia, con molto dolore di Isabella, la quale poté riabbracciare il figlio solo quando i rapporti tra il Ducato di Milano e il Regno di Napoli videro un miglioramento. Ma, nel 1498, Francesco venne di nuovo allontanato dalla madre da Ludovico il Moro, quando questi seppe che, durante una passeggiata a cavallo per Milano Francesco venne acclamato come duca.


Nel frattempo, Ludovico il Moro continuava a comportarsi come il legittimo duca di Milano (ormai era stato riconosciuto come tale) e pensava persino all'eredità: al primogenito Massimiliano Sforza avrebbe lasciato il Ducato di Milano, al secondogenito Francesco intestò i territori nell'Italia Meridionale (Ducato di Bari, Moduno e Palo del Colle, e le città calabrese di Rossano, Borello e Longobucco) conservando per sé l'usufrutto.


Alla notizia dell'imminente calata in Italia dell'esercito di Luigi XII di Francia, Ludovico il Moro, prima di fuggire dall'imperatore Massimiliano d'Austria, volle impedire che in sua assenza venisse eletto duca il figlio di Isabella d'Aragona, Francesco; pertanto cercò di portarlo con sé in Germania ma, data l'opposizione di Isabella e della popolazione milanese, adottò un altro stratagemma: concesse ad Isabella i feudi in Puglia e in Calabria, a patto che vi si recasse di persona (successivamente, avrebbe potuto far dichiarare invalida tale concessione perché il Moro era usufruttuario di quei territori, mentre il duca risultava essere suo figlio).


Isabella, mentre mostrava di voler accettare le condizioni, temporeggiava in attesa di Luigi XII, nella speranza che questi facesse eleggere duca suo figlio. Quando Luigi XII arrivò a Pavia, Isabella gli andò incontro proponendo suo figlio Francesco come duca di Milano.
Luigi XII, dicendo di volerlo dare in sposa alla propria figlia, lo mandò in Francia dove lo fece rinchiudere in un'abbazia. La perdita del figlio e la notizia dell'imminente ritorno del Moro col proprio esercito, convinsero Isabella a tornare, dopo 11 anni di assenza, a Napoli. Da Napoli cercò di contattare l'imperatore Massimiliano d'Austria per cercare di far tornare il proprio figlio, ma senza successo.


Ad Isabella non rimase altro che occuparsi del suo Ducato di Bari, che l'allora re di Napoli Federico le concesse ufficialmente con un documento datato 10 aprile 1500, che in realtà era stato compilato il 25 luglio 1501, quando il monarca era già stato spodestato da Luigi XII, il quale aveva proseguito nella sua conquista fin nel sud, favorito anche dall'alleanza con Ferdinando il Cattolico intervenuto contro gli Aragonesi italiani, suoi parenti.


Il governo del Ducato di Bari (1501 – 1524)
La posizione di Isabella d'Aragona quale duchessa di Bari, Modugno e Palo del Colle era del tutto precaria: la donazione del Moro era illegale in quanto il duca di Bari risultava essere il figlio di Ludovico, Francesco Sforza; la conferma della donazione era stata fatta dal re Federico quando era già stato spodestato apponendo una data precedente; inoltre, i nuovi padroni del Sud Italia erano nemici della sua famiglia.
Questa situazione causerà problemi alla figlia Bona in quanto le venne contestata la legittimità del possesso del Ducato (ma, per concessione di Carlo V, riuscì a mantenerne il possesso sino alla morte).
Ad Isabella non rimase altro che vincere il suo carattere fiero ed orgoglioso e fare atto di sottomissione agli spagnoli che le concessero il permesso di prendere possesso del Ducato e degli altri territori in Calabria: Isabella arrivò a Bari nel settembre 1501, con sua figlia Bona e si stabilì nel Castello Normanno-Svevo di Bari ristrutturato per adeguarlo a contrastare le armi da fuoco, con le più moderne tecniche di difesa. Il Ducato e i territori di Calabria gli vennero confermati da Ferdinando il Cattolico quando si schierò dalla parte degli spagnoli, durante il conflitto che li vide opporsi ai francesi per il possesso dell'Italia Meridionale.


«Ereditò il Ducato Barese e di esso con armoniosa cura e solerte intelligenza guidò le sorti, lasciandovi uno dei più grati ricordi. Vi fece infatti prosperare i commerci, le industrie, le arti: insomma il suo Ducato è legato a quel breve periodo di rinascita, che vide Bari nell'età moderna».

Isabella d'Aragona introdusse, nell'amministrazione del suo piccolo ducato, lo spirito di rinnovamento e la capacità di investire in opere pubbliche, caratteristiche del Ducato di Milano. Col suo governo, autoritario ma illuminato, incrementò la prosperità del suo Ducato. Cercò di incrementare il commercio allargando i privilegi concessi ai Milanesi, ma anche ai commercianti provenienti da altre città.
Attuò diverse iniziative a favore del suo popolo: sorvegliò i pubblici ufficiali in modo che non commettessero soprusi sulla popolazione; difese il privilegio di accedere alle saline del Regno di Napoli; difese i cittadini del Ducato nei contenziosi con le città vicine; esentò i contadini dal pagamento dei dazi sulla molitura delle olive. Favorì la pubblica istruzione ottenendo che ogni convento affidasse a due frati il compito di insegnare alla popolazione; concesse agevolazioni agli insegnanti come l'aumento di stipendio, l'esenzione dalle franchigie e l'alloggio gratuito.


Amò circondarsi di artisti e letterati; chiamò a corte lo scrittore modugnese Amedeo Cornale. In questo periodo venne stampato il primo libro a Bari. Tra le opere pubbliche create a Bari da Isabella d'Aragona si ricordano il rifacimento del molo, la ristrutturazione del castello (le successive modifiche hanno sostituito gli elementi introdotti dalla duchessa) e il progetto di circondare la città con un canale per migliorarne la difesa.

Viene rimproverata ad Isabella la sua politica fiscale oppressiva, promossa dal suo ministro Giosuè De Ruggiero (il quale, dopo la morte della duchessa, venne cacciato), con i suoi guadagni, riuscì a comprarsi nel 1511 il feudo di Binetto. L'asprezza fiscale venne incrementata in occasione del matrimonio della figlia Bona Sforza con il re Sigismondo I di Polonia.


Matrimonio di Bona Sforza e ultimi anni di Isabella
Con la perdita dei figli (le era rimasta solo Bona), Isabella d'Aragona vedeva affievolirsi le speranze di riacquisire il Ducato di Milano. Isabella tentò di concedere la figlia in marito a Massimiliano Sforza, primogenito di Ludovico il Moro che nel 1513 era diventato duca di Milano approfittando della situazione di caos durante il conflitto tra francesi e spagnoli che si combatté soprattutto in Nord Italia. Nel 1515, però, il nuovo re di Francia Francesco I ritornò in possesso del Ducato.


Il matrimonio venne celebrato a Napoli, il 6 dicembre 1517, con grande sfarzo e lusso e le celebrazioni durarono dieci giorni, anche per evidenziare la grandezza della discendenza reale di Bona. Il 3 febbraio 1518 la giovane donna partì verso la Polonia.

In diverse occasioni Isabella si propose di raggiungere la figlia in Polonia, ma dovette sempre rinunciare. Nell'ottobre del 1519, in occasione della nascita del primogenito di Bona, si mise in viaggio ma, in Polonia scoppiò una guerra e dovette cambiare destinazione e si diresse a Roma dove fu accolta da Papa Giulio II.


Ammalatasi di idropisia, nel 1523 si trasferì nel Ducato di Bari per assicurare una successione alla figlia; in seguito ritornò definitivamente nella corte di Castel Capuano, a Napoli, dove morì l'11 febbraio 1524. Dopo funerali fastosi, venne sepolta nella sagrestia del convento di S. Domenico.


Curiosità
Dalla sua fuga da Milano iniziò a firmare le sue lettere definendosi “unica nella disgrazia” con riferimento alla perdita del Ducato, alla morte dei suoi figli, di suo marito e di molte persone a lei care. Smise di firmarsi in quel modo solo dopo il matrimonio di Bona Sforza, unica figlia rimastale.


Mercurio, sifilide e Isabella d'Aragona

Una curiosità, quello che si vede è il teschio di Isabella d'Aragona, duchessa di Milano e di Bari. Isabella era la figlia di Alfonso d'Aragona, duca di Calabria e futuro re di Napoli. La sua sorellastra, Sancia, andò in sposa al figlio del papa, Goffredo Borgia, e fu forse l'amante del Valentino.
Il nonno era Ferrante d'Aragona, sovrano famoso per i suoi eccessi, e per l'aver fatto costruire un mausoleo con le mummie dei suoi avversari.
Lei, Isabella, aveva il carattere fiero e forse un po' folle del padre e del nonno. Divenire la duchessa di Milano, a quel tempo, era forse meglio che essere la regina di Francia. Milano era il centro della rinascita artistica e intellettuale. Isabella fu vittima delle ambizioni del Moro. Non solo; fu anche sposa infelice. Gian Galeazzo non era un marito esemplare e, nei loro non frequenti congiungimenti carnali, ebbe modo di attaccarle la sifilide.

Teschio di Isabella d'aragona

La malattia venerea era giunta in Italia alla fine del Quattrocento, con le truppe del re di Francia Carlo VIII. In Italia fu subito nota come malfrancese, e in Francia come mal napolitain.
La terribile epidemia del '500 non risparmiò nessuno. E anche Isabella dovette fare i conti con il treponema pallidum, nome insidioso dell'agente causale della sifilide.
Spiega il professor Fornaciari che proprio il suo teschio mostra la superficie abrasa dei denti. Era l'effetto delle frequenti abrasioni che la duchessa di procurava per cancellare, dai denti, il nero causato dalla terapia con sali di mercurio. L'unica terapia conosciuta, all'epoca, per contrastare il terribile morbo.




Banchetto a Tortona per le  nozze di Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza.
Il 5 febbraio 1489 a Tortona,nel castello dei Conti Botta, si festeggiavano le nozze tra Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza, nipote di Ludovico il Moro Duca di Milano.
ll matrimonio era stato celebrato a Napoli nel dicembre 1488.


Cerimoniere era Leonardo da Vinci, straordinario genio dell'arte e della scienza ma anche attento gastronomo: il Montébore fu l'unico formaggio invitato a tanta nobile tavola.
http://www.vallenostra.it/il_montebore/formaggio_montebore.html

La storia di questo formaggio a forma di torta nuziale raro è molto più antica e la si fa risalire dell’arte casearia dei monaci dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Vendersi, sul Giarolo, il monte attorno al quale si sviluppano le tre Valli Grue, Curone e Borbera, già fra il IX e l’XI secolo.


Il Montébore è prodotto con un 75% di latte bovino (proveniente dalle belle mucche Brune Alpine, Tortonesi, Genovesi e Cabannina) e 30% di latte ovino.

Il Conte Botta di Tortona ospitò nel suo castello la cena che sembrò superare ogni altra in sfarzo e ricchezza, nessuna portata fu servita senza l'accompagnamento di attori, mimi, cantanti e ballerini con soggetti allegorici ispirati al tema mitologico-encomiastico.
Il  matrimonio serviva per riavvicinare il ducato di Milano e il regno di Napoli.


Con la discesa di Carlo VIII in Italia, le possibilità di Isabella di ridurre il potere di Ludovico divennero nulle, anche perché Gian Galeazzo morì e Ludovico assunse il titolo ducale (1494). Nel 1499 Ludovico fu costretto dai francesi a fuggire, lasciando il ducato di Milano e quello di Bari a Isabella.
Occupato Milano dalle truppe francesi, essa si rifugiò a Bari, tentando invano di organizzare la restaurazione degli Sforza nello Stato milanese.


Parte del menù del pranzo tratto da "Ordine de le Imbandisone", di  Taccone B., incunabolo lombardo del 1489.
Il Conte Bergonzio Botta ricevette gli sposi: Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano, e Isabella D'Aragona. Il loro ingresso fu accompagnato dall'entrata di Giasone con gli Argonauti che, dopo essere avanzati, con incedere fiero, al suono di una marcia guerresca, eseguirono una danza nobile e contenuta, fatta di passi più strisciati che saltati e di gesti dignitosi, che esprimevano ammirazione per una coppia assortita così felicemente. Gli eroi recavano in mano il vello d'oro, che, disteso sopra la tavola, servì da tovaglia.


L'Italia si entusiasmò di tale rappresentazione drammatico-gastronomica e ne diffuse la descrizione in tutte le corti d¹Europa.



Il racconto è un adattamento del resoconto di Castil-Blaze sul Banchetto conviviale organizzato a Tortona dal Conte Bergonzio Botta nel 1489 in occasione delle nozze di Galeazzo Sforza ed Isabella d’Aragona.


Gastone Vuillier - La Danza - Milano, Tipografia del Corriere della Sera, 1899).


I CONTI BOTTA DI TORTONA

Bergonzio Botta
Bergonzio Botta (1454 – Milano, 10 gennaio 1504) fu tesoriere generale del Ducato di Milano.
Membro della famiglia Botta in Branduzzo, figlio di Giovanni, signore di Monferradello dal 1479, di Fortunago, di Torre d'Isola dal 1490, di Stefanago e di Rocca Susella dal 1496, di Sale dal 8 maggio 1500, patrizio milanese, patrizio di Pavia, dal 1489 è stato tesoriere generale ed Amministratore Generale delle Entrate del Ducato di Milano.


La passione per l'arte ma anche per la tecnologia e l'idraulica lo portarono a realizzare grandi opere all'epoca di Ludovico il Moro della cui corte era un personaggio di spicco.
A lui si deve la realizzazione delle rogge Bergonza e Bergonzina e le derivazioni idrauliche dalle colline dell'Oltrepò fino a Branduzzo e Calcababbio (Lungavilla) realizzate nel 1490. Nella realizzazione delle tre derivazioni del Po pare ebbe l'aiuto di Leonardo da Vinci con il quale Bergonzio Botta fu a stretto contatto. Nel 1493 l'opera fu visitata da Carlo VIII accompagnato da Ludovico il Moro.


Come riconoscimento gli venne assegnato il possesso di migliaia di ettari di terreni, alla sua morte i possessori dei terreni che avevano subito danneggiamenti a causa del nuovo corso del Po aprirono dei contenziosi che vennero però risolti dalla moglie Daria e dai figli.
Il 5 febbraio.1489 Gian Galeazzo Sforza ratifica il matrimonio per procura con Isabella d'Aragona, incontrata a Tortona il 25 gennaio.
La cerimonia viene descritta da Stefano Dolcino nel suo Nuptiae ducis Mediolani e dallo storico Tristano Calco nel Nuptiae Mediolanensium Ducum.


La sposa era arrivata a Milano l'1 febbraio e Bramante erige un arco di trionfo in legno davanti al Castello e un padiglione ottagonale in piazza del Duomo.

SDantuario della Madonna della guardia
La battaglia di Marenco
La torre civica di palazzo Guidobono

Nel 1796, con la discesa di Napoleone in Italia, il castello fu ceduto ai francesi dall'armistizio di Cherasco. Arresasi agli austro-russi di Suvorov dopo la battaglia di Novi (1799), ripassò in mano ai francesi che nel suo territorio stabilirono il loro quartier generale in occasione della battaglia di Marengo (14 giugno 1800). In seguito agli accordi presi con lo zar di Russia, Napoleone, ne ordinò lo smantellamento delle fortificazioni (1801) e la distruzione del castello. Annessa all'Impero Francese nel 1802, ritornò definitivamente ai Savoia nel 1814.


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Tortona è nota oltre che per i suoi insediamenti industriali anche per aver dato i natali al Beato Luigi Orione le cui spoglie sino custodite nella chiesa della Madonna della Guardia dove sul campanile si erge una grande statua della Madonna in bronzo dorato.
http://www.viaggispirituali.it/2009/07/santuario-della-madonna-della-guardia-tortona-alessandria/



Dall'età moderna ai giorni nostri
La città di Tortona nel 1535 fu data in dote a Cristina di Danimarca, moglie dell'ultimo duca di Milano Francesco II Sforza; la principessa, alla morte del marito, si risposò e divenne duchessa di Lorena.
Nel 1535 Tortona passò in mano agli spagnoli insieme al Ducato di Milano, in questo periodo fu fortificata ed elevata a baluardo difensivo ai confini meridionali del ducato di Milano.

Cristina di Danimarca, non più duchessa di Lorena, tornando da un pellegrinaggio volle stabilirsi a Tortona, ma al momento non le fu possibile poiché il castello era occupato dalle truppe spagnole. Ella quindi stette qualche anno a Rivalta, poi nel 1579 il Comune restaurò per lei un palazzo che si trovava dove è ora situato il Teatro Cinema Sociale ed ella risiedette lì fino alla sua morte, nel 1590.

 

Una trattrice ORSI
La trebbiatrice ORSI
Il filmato della trebbiatrice ORSI


Il filmato Luce del Duce trebbiatore. In una inquadratura si vede di scorcio la scritta ORSI
All'inizio del XVII secolo la parte più bella della città, ossia quella sul Castello, fu distrutta dall'esplosione della polvere da sparo che gli spagnoli avevano depositato nel campanile distruggendo così la cattedrale.

La battaglia di Marengo

Marenco fu teatro di scontri durante la guerra di successione spagnola, (1706) passò sotto il dominio austriaco per un breve periodo. Nel 1738 venne annessa ai domini sabaudi da Carlo Emanuele III in seguito alla guerra di successione polacca. Il suo successore, Vittorio Amedeo III di Savoia fece ricostruire il forte di Tortona tra il 1773 e il 1778.


Nel 1800 si combattè l'epica Battaglia di Marenco tra Napoleone Buonaparte e le truppe Austriache


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Ritornò definitivamente ai Savoia nel 1814 e conobbe un periodo di grande splendore, in cui furono edificati il teatro civico (1838), la caserma dei Carabinieri e i portici di via Emilia. La seconda metà del XIX secolo rappresentò per la città un periodo di floridezza, testimoniato dal profondo rinnovamento urbanistico del periodo e parecchi cittadini tortonesi parteciparono alle iniziative del Risorgimento.


Durante il XX secolo continua il periodo di sviluppo economico, grazie alla nascita di molte industrie e vengono riammodernate parti consistenti del centro cittadino. Nel 1931 fu costruito il Santuario della Madonna della guardia per iniziativa di San Luigi Orione. Durante la II guerra mondiale fu bombardata e parzialmente distrutta e nel marzo del 1944 sul Castello furono fucilati 10 partigiani per rappresaglia.


Nel dopoguerra, contestualmente al boom economico degli anni '60, a Tortona si svilupparono parecchie industrie che portarono alla città ricchezza e benessere, con un incremento demografico dovuto anche all'immigrazione di lavoratori dal Mezzogiorno e Tortona si espanse edificando le periferie a Nord, a Ovest e a Sud della città.


Nell'autunno del 1977 il torrente Ossona straripò, allagando le case e le cantine del quartiere di San Bernardino, rendendo necessaria negli anni immediatamente successivi la costruzione di un canale derivatore


TORTONA MODERNA

http://gabi.altervista.org/TORTONA/index.htm


Tortona è stata ed è ancora una città industriale: grandi Stabilimenti come le officine Orsi che producevano trattori e grani macchine agricole, l'OMT produceva Camion e rimorchi, la Liebig produceva i famosi dadi concentrati di carne.


Queste industrie sono poi sostituire da altri insediamenti che l'anno resa più avanzata di Voghera che un tempo primeggiava.
Sono note le specialità dolciarie chiamati Baci di Dama, le famose fragoline dette "Profumata di Tortona" il mais da polenta chiamato "Ottofile tortonese" e rinomati vini dei colli tortonesi: Cortese, Barbera e Timoasso.


Da rimarcare il museo Archeologico con reperti che vanno dalla preistoria all'epoca romana e medievale, il museo Orsi  che illusta l'evoluzione delle macchine agricole della celebre Industria. Le officine Orsi furono famose costruttrici delle trebbiatrici Orsi immortalate da una foto che ritrae il Duce che trebbia a dorso nudo su di una trebbiatrice Orsi, inoltre Costruivano trattrici agricole ancora funzionanti nelle manifestazioni sturiche.


Personaggi illustri di Tortona


http://www.berri-tractors.it/museo.htm    Museo Orsi


http://www.comune.tortona.al.it/Sezione.jsp?titolo=Tortona+contemporanea&idSezione=647        Museo Archeologico

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