Varzi - L'Oltre Po

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Varzi

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VARZI

L'antico Borgo di Varzi
La chiesa dei Capuccini


Varzi e il paese più importante della Valle Staffora, ricco di storia e di tradizioni

Vallestaffora
http://www.varziviva.net/home.htm
http://www.confraternitapegaso.com/events/oramala.htm
http://www.terradiconfine.biz/la_valle_staffora_.html

Già agli albori della storia, i primitivi si spinsero probabilmente dalle sponde del Tirreno, scavalcando l'apennino e giungendo in in queste zone, in cerca di un entroterra meno ostile. Le alture dell'Appennino ligure, dovettero apparire loro un ottimo compromesso, in grado di garantire, cibo e sicurezza, quello che allora doveva esser considerato benessere.

Le colline dell'Oltre Po andarono popolandosi di tribù e antiche genti, di cui oggi restano pochi preziosi ritrovamenti archeologici. Alcuni riguardano proprio la valle Staffora diventata poi nota solo in epoca medievale con il marchesato dei Malaspina che fece di Varzi un'importante centro su una via commerciale e strategica.


La presenza umana lungo le sponde del torrente Staffora risale all'età neolitica (1800 a.C.) ed è testimoniata dal ritrovamento, in più zone, di attrezzi e armi in pietra levigata.

Di particolare rilevanza sono i reperti rinvenuti casualmente in una grotta sulla vetta del monte Vallassa, a cavallo tra la val Curone e la valle Staffora, una grotta simile è presente, sempre alle pendici del Monte Valassa in località San Ponzo e legata alla vita di questo Santo eremita.

Quanto rinvenuto nella grotta ha permesso di attestare l'insediamento umano nell'era della pietra, ed anche ha stimolato le ricerche approfondite negli immediati dintorni. Si è così potuto ricostruire che, abbandonata la grotta, l'uomo primitivo costruì nelle vicinanze abitazioni all'aperto attribuibili all'Età del bronzo (1500-1000 a.C.). La ricostruzione cronologica della civiltà insediatasi sul Vallassa prosegue con ritrovamenti dell'età del ferro (1000 a.C.).

Attorno al VI secolo a.C. doveva quindi sorgere qui un intero villaggio organizzato, sebbene non ancora fortificato; il castelliere viene infatti fatto risalire al III secolo a.C.
All'età del ferro e alla presenza dei Liguri in valle Staffora si rifanno anche altri ritrovamenti, di minor entità ma non di minor importanza. Tra questi, anche le asce lisce rinvenute nel 1961 a Castellaro di Varzi.


A dimostrazione della presenza romana a Varzi, vale la scoperta di una fornace di calce di epoca romana a Massinigo.


Fatta eccezione quindi per qualche esploratore occasionale e per i primi spontanei e tribali insediamenti umani, si ritiene  che le prime forme di civiltà organizzata in valle Staffora si devono agli antichi Liguri, fiera stirpe proveniente dalla Gallia meridionale.
Nonostante il lungo dominio, si conosce poco sui loro usi e costumi, trasmessi ai posteri soltanto dagli scrittori classici. Certo è che furono bellicosi, avvezzi alla battaglia, che spesso affrontavano come mercenari. Lo racconta Tito Livio ma lo confermano anche gli eventi storici, prima fra tutte la fiera resistenza opposta alle mire conquistatrici dei Romani.

Ma prima ancora, tra il VI e V secolo a.C., dovettero affrontare l'invasione dei Celti provenienti dalla Gallia, che costrinsero i Liguri a ritirarsi sulle alture appenniniche e ad accontentarsi di quei territori che ancora oggi portano il loro nome (Liguria).
Successivamente le due stirpi optarono per la fusione, originando il popolo celto-ligure ed estendendo i propri possedimenti. In valle Staffora, in particolare, si insediarono i Liguri-Celelati che, concluse le avversità, abbandonarono in tempo di pace le proprie postazioni difensive sulle alture e presero a popolare il fondovalle. Fu allora che lungo le sponde dello Staffora sorse Varzi. Non altrettanto remissivi i Liguri si dimostrarono qualche secolo più tardi con i Romani.

I Romani cominciarono nel 238 a.C. con lo sfidare i Liguri della Riviera, ma scoprirono ben presto che il nemico era compatto e che l'attacco andava sferrato anche nell'entroterra. Aggirato l'Appennino, riuscirono a fondare un presidio militare nei pressi di Clastidium (Casteggio).


Le truppe romane vinsero  i Galli di Casteggio, gli Iriati di Voghera e le altre tribù stanziate sulle alture che volgevano alla Liguria.
Ma i Liguri non erano popolo facile a sottomettere e si allearono strategicamente con Annibale e l'esercito cartaginese, giunti nella pianura padana.
I Romani persero così i territori fino allora conquistati e furono sconfitti nella battaglia del Trebbia

Battaglia del Trebbia  (218 a.C.).
Dopo vicende alterne e storiche battaglie, ad avere la meglio furono infine i Romani. Sconfitti i Cartaginesi nella storica battaglia di Zama nel 202 a.C., anche la resa totale dei Liguri era ormai solo questione di tempo. Avvenne effettivamente pochi anni più tardi, nel 197 a.C., per mano dei consoli Cornelio Cetego e Quinto Minucio Rufo. Quest'ultimo condusse l'esercito da Roma a Genova e attaccò i Liguri dalla montagna, calando inarrestabile sui borghi del fondovalle, Varzi compreso.


Si spiega dunque storicamente la presenza del Castelliere del Monte Vassalla, presumibilmente eretto dai Liguri nel vano tentativo di opporsi all'avanzata romana. I conquistatori erano decisi a riottenere i territori perduti durante l'invasione di Annibale.

I Romani si stanziarono dunque nella pianura padana e fondarono le loro colonie militari: Placentia (Piacenza), Clastidium (Casteggio), Iria (Voghera), Dertona (Tortona), Libarna (Serravalle) e Velleia (in val d'Arda, vicino a Piacenza). Quindi procedettero con le grandi opere urbane per cui sono ancora famosi.
Fecero innanzitutto costruire le strade di collegamento, il cui tracciato è tutt'oggi quello delle principali arterie di traffico.

Dopo gli anni bellicosi della conquista, la romanizzazione della pianura padana, e dell'Oltre Po, avvenne dunque la pace, con grande beneficio dei territori conquistati, in termini di opere civili e militari. L'urbanizzazione interessò dapprima e in maniera più consistente la pianura padana dove i Romani, abili agricoltori, trovarono il terreno ideale in cui insediarsi. Sorsero così numerosi centri urbani, nonchè‚ presidi militari, lungo le vie romane.

In seguito la romanizzazione interessò le pendici appenniniche, dove la terra meglio si prestava alla pastorizia. Questa fascia si riveò di vitale importanza per l'impero che, abbassata ormai la guardia, era più vulnerabile a eventuali invasioni barbariche.

In previsione di attacchi barbari, secondo la strategia elaborata dal generale Costanzo, il fronte militare fu traslocato sui monti appenninici, in un'area meno esposta, più raccolta e difficilmente espugnabile. Lo spostamento della linea difensiva permetteva inoltre di sfruttare a proprio vantaggio, contro gli invasori, la tenace bellicosità dei Liguri già sperimentato dall'esercito romano.


Il contrafforte appenninico si popolò di fortificazioni strategiche, a sbarramento dei principali passi e in linee difensive progressive. Alcuni di questi interessarono naturalmente anche la valle Staffora, che ne vantava tra gli altri uno a Sant'Alberto (di cui resta traccia nell'eremo) e uno a Oramala, proprio là dove in seguito sorse il castello malaspiniano.

Dell'urbanizzazione romana restano tracce in particolare nel territorio di Varzi, tra i reperti rinvenuti nella zona, alcune tombe formate da lastre di pietra rinvenute a Casanova, una delle quali contenente uno scheletro gigante. Nei dintorni di Nivione sono stati invece rinvenuti cocci di tegole, anfore ed embrici romani appartenuti molto probabilmente non a una tomba ma a un'abitazione.

Nella stessa Varzi, in località Reponte Superiore, agli inizi dell'800 fu scoperta una tomba romana e, non lontano da quella che oggi è piazza Municipio, un'iscrizione su marmo attribuibile all'epoca. Ma il ritrovamento archeologico di maggior rilievo è certamente quello della Fornace di Massinigo, località già distintasi per il rinvenimento di antiche sepolture.

Per quanto fiorente e immenso, l'impero romano, non si rivelò infine invincibile, come tutti gli imperi. Sul finire del III secolo d.C. si incrinò, aprendo falle favorevoli agli invasori.
La calata dei barbari dal nord non risparmiò nemmeno l'Oltre Po e la valle Staffora, presa di mira prima dai Visigoti (401 d.C.), quindi dagli Ostrogoti (404 d.C.) e infine dagli Unni (una quarantina d'anni più tardi). Della proverbiale devastazione di questi ultimi fecero esperienza in particolare Pavia e Voghera, rase al suolo.

Solo l'intervento miracoloso di Papa Leone I fermò la furia di Attila e lo convinse a ripassare le Alpi. Altre distruzioni e invasioni vennero e non furono che il preludio all'avvento, dopo una breve parentesi in cui l'Italia tornò a essere provincia dell'impero romano, dei Longobardi (568 d.C.). E' con loro che crollano definitivamente le istituzioni romane, in favore di una nuova società.

A capitale del nuovo regno fu eletta Pavia. Anche dopo l'insediamento dei Longobardi,, i Liguri stentarono a darsi per vinti e cedettero, soltanto dopo 80 anni di resistenza i propri territori, valle Staffora compresa. E' probabile addirittura che in quel frangente tornassero utili ai Liguri i provvedimenti strategici dell'imperatore Costanzo ed è possibile che Varzi, protetta all'interno della famosa linea difensiva, fosse all'epoca sede di una consistente guarnigione bizantina, ultima propaggine dell'impero romano pronta a fronteggiare l'invasore.

A conferma della presenza bizantina in Varzi vi è la devozione a San Giorgio, patrono del paese, le cui origini si rintracciano in Oriente, dove il leggendario cavaliere di Cappadocia fu eletto a protettore dell'esercito nel conflitto contro i barbari.

Dopo l'era di Alboino e dei suoi successori venne quella di Carlo Magno, che diffuse in Italia il feudalesimo. E fu proprio questo periodo, spesso definito come il tempo dei secoli bui, a portare il periodo più luminoso a Varzi.

Varzi e i Malaspina
Fu nel Medioevo, sotto la guida dei Malaspina, che l'antico borgo conobbe il suo periodo più florido. Il sistema feudale portò ad una divisione del territorio in singole proprietà, di grandi o piccole dimensioni, praticamente autonome dal controllo regio in fatto di governo e di difesa. Ecco allora comparire un po' ovunque, anche in valle Staffora, castelli e fortificazioni, che avevano il duplice scopo di difendere il feudo, di alloggiare il feudatario e riscuotere le imposte o i pedaggi dai passanti.

Nei soli dintorni di Varzi sono giunti fino ai giorni nostri il castello di Oramala, quello di Pietragavina, Zavatarello e molti altri in diverso stato di conservazione oltre e quello situato nel cuore del borgo.

Proprio Varzi fu nel Medioevo, a partire dal 1275, sede del potente Marchesato di Varzi. Artefici e abili amministratori di tale crescente potere, i marchesi Malaspina, nobile famiglia discendenti dagli Obertenghi, di radici longobarde, provenienti dalla Lunigiana.

Tornata in valle Staffora alla fine del X secolo, dopo essersi spinta fino in Toscana, la famiglia Malaspina prese a fortificare non solo la propria dimora di Oramala ma anche altri punti strategici della valle, come il colle Nazzano, il passo Pregola, Montalfeo, Sagliano, Godiasco, Pozzolgroppo, naturalmente Varzi e tutte quelle che oggi sono le sue frazioni: Nivione, Cella, Monteforte, Pietragavina.

Prendeva così forma il sistema sì difensivo, ma soprattutto di controllo sul territorio, il cui attraversamento era soggetto al pagamento di un pedaggio.
Fu questo un espediente assai proficuo, in quanto la valle Staffora era all'epoca itinerario scelto dai traffici commerciali provenienti dal porto di Genova e diretti ai principali centri della val padana, Pavia e Milano in testa.

Passava di qui anche la Via del Sale, impervio e nevralgico canale di diffusione delle merci più richieste, primo fra tutti il prezioso sale ma anche tessuti, spezie, pietre preziose e metalli.

Il controllo sulle principali arterie dell'epoca garantì il mantenimento del potere ai Malaspina anche quando, in seguito alle complicate e alterne vicende di successioni e donazioni, persero parte dei territori precedentemente retti dal casato.

Più tardi, entre nel resto d'Italia il feudo si disgregava inesorabilmente in favore dei Comuni, la valle Staffora sembrava immune dai nuovi eventi e i Malaspina si guardavano bene dal lasciarsela sfuggire. E proprio nel casato ben insediato Federico I Barbarossa, in lotta contro i nascenti Comuni, trovò un valido alleato.

http://www.altavaltrebbia.net/val-trebbia-di-ieri/1078-barbarossa.html

Con il benestare dell'imperatore continuava quindi sul territorio stafforese il dominio, e con esso anche i soprusi, dei Malaspina. Ma la decadenza era ormai dietro l'angolo.
Morto Obizzo nel 1185, l'alleanza con Parma a nulla valse ai suoi discendenti contro le mire conquistatrici di Piacenza, decisa a ottenere uno sbocco sul mare attraverso le valli del Taro e del Magra.

La disputa fu risolta dall'imperatore Enrico VI, che concesse quanto richiesto a Piacenza, con l'effetto di smembrare in due il territorio controllato dai Malaspina. I mutamenti non furono comunque drastici, e il casato mantenne un discreto potere in terra stafforese fino al 1221, quando avvenne al suo interno la storica scissione delle due casate: dello Spino Secco e dello Spino Fiorito, con chiaro riferimento ai rami entrambi spinosi, ma comunque diversi, che contraddistinsero da allora in poi i rispettivi stemmi, sormontati dall'aquila grifagna dell'imperatore Federico.

Altre divisioni seguirono. E una in particolare segnò, in positivo, il destino di Varzi, vissuta fino ad allora all'ombra di Oramala.
Un dettagliatissimo atto del 7 giugno 1275 attesta l'ulteriore smembramento del già ridotto feudo di Oramala in tre possedimenti, affidati rispettivamente ai marchesi Alberto, figlio di Opizzino, Francesco, figlio di Bernardo e nipote di Opizzino, e ai fratelli Gabriele e Azzolino, figli di Isnardo.
Da questi ultimi nasce il fortunato Marchesato di Varzi, sotto lo stemma dello Spino Fiorito.

E' dunque il 1275 l'anno della svolta per Varzi, sede di un potente marchesato il cui territorio si estendeva da Bagnaria fino all'alta val Trebbia, in val Borbera e in val Curone. Quel piccolo e modesto gruppo di case, su cui il ceppo originario dei Malaspina in tempi di assoluta sicurezza (quando il casato vantava cioè l'amicizia del Barbarossa) aveva impresso lo stemma dello spino secco, si risvegliò quindi all'improvviso come centro nevralgico del marchesato e adeguò ben presto il proprio impianto urbanistico al nuovo ruolo.

Il nucleo cittadino fu quindi spostato dalle sponde del torrente alla zona circostante il castello. In pochi anni quell'insediamento si trasformò nel centro più importante di tutta la valle e persino delle valli limitrofe. Gli studi parlano di 400-500 abitanti entro il borgo fortificato, che andò comunque sempre più espandendosi.

Sede di potere, centro commerciale, punto di riscossione dei pedaggi, la nuova Varzi modificò rapidamente il proprio volto: si moltiplicarono abitazioni, uffici amministrativi, negozi, magazzini.
Potere e floridezza portarono però inevitabilmente entro le mura anche disordini, ruberie e conflitti che resero infine necessario emanare degli Statuti che regolassero la vita civile, penale e amministrativa del borgo.

Sul finire del XIV secolo, quando Gian Galeazzo Visconti signore di Milano cominciò a guardare con nuova curiosità a quelle oasi amministrative che erano le terre di valle Staffora, ebbe inizio anche per l'isola felice di Varzi un periodo incerto, contraddistinto da lotte interne e nuove scissioni. Parte dei Malaspina si schierò a favore dei Visconti e parte contro.

Vicende alterne portarono quindi nel feudo la dinastia Dal Verme dapprima e gli Sforza, succeduti ai Visconti a Milano, poi. Proprio come i loro castelli, teatri martoriati di numerose e sanguinose lotte, lentamente i Malaspina di Varzi finirono col cadere vittime delle lotte interne prima ancora che del fuoco nemico. E' del 1369, infatti, l'ennesima scissione della stirpe, avvenuta in seno al ramo di Varzi.

La consistente fetta di storia che segue, fino a quando Napoleone nel 1797 soppresse con il suo editto tutti i feudi annettendoli alla Repubblica Cisalpina, vede Varzi come una sorta di paradiso fiscale dove però, accanto a soldi e affari facili proliferavano anche truffe e omicidi.

Il borgo antico
I portici e la via del Mercato sono stati il primo nucleo del paese costruito tra il 1300 e il 1500 per fornire ricovero alle carovane e ai muli carichi di mercanzie, provenienti dalla Liguria e diretti alla pianura lungo la Via del Sale. Ci sono tre ordini di portici: il primo livello è quello della via del mercato, i portici della fascia media sono quelli della sottostante via della Maiolica. I portici del terzo livello sono i più belli di Varzi: quelli della contrada di Porta Nuova. Tutto qui è rimasto originale: la pavimentazione, la pietra, le travature.

La Torre Malaspina
Costruita nel XIII secolo, con i suoi 29 metri di altezza domina l'intero paese. Nelle occasioni di apertura, si possono salire i 41 gradini esterni e gli 89 interni, questi ultimi ricavati nello spessore delle mura, larghe fino a 170 cm, e ammirare uno  stupendo panorama.
Nel 1460 venticinque donne e alcuni uomini furono rinchiusi e messi al rogo perché accusati di stregonerie e pratiche sacrileghe, da qui il soprannome con cui ancor oggi è conosciuta: Torre delle Streghe.

La torre e il castello sono oggi di proprietà dei Conti Odetti di Marcorengo che con continui restauri mantengono lodevolmente il vita il complesso rendendolo agibile per manifestazioni culturali.

La torre di porta soprana (o dell'orologio)
E' contemporanea e gemella di quella di Porta Sottana (1275), ma si distingue da questa per la cella campanaria aggiunta nel XIX secolo. Oltrepassata la porta, dal tipico arco ogivale, si raggiunge la chiesa dei Bianchi, dal colore della cappa indossata dai Confratelli del Confalone che la fondarono nel 1646. Poco distante si trova la chiesa dei Rossi. La cappa rossa apparteneva invece alla Confraternita della SS. Trinità, che fondò il tempio nel 1636. Da notare che Bianchi e Rossi sono ancora oggi tra i cognomi più diffusi.

Il territorio di Varzi è famoso per il suo salame e derivati dalla carne del maiale, i formaggi ottenuti dal latte di vacche allevate al pascolo e dalla vacca di razza Varzese autoctona, inoltre frutta tra cui primeggiano le mele, la torta di mandorle di origine medievale.

Salame di Varzi
Varzi Viva

Chiesa dei Cappuccini - Antica Pieve di S. Germano
L'edificio è in realtà intitolata dal 1623 alla Madonna della Neve. Costruita tra il 1100 e il 1300 su i resti di un'altra chiesa, in stile romanico, ha una caratteristica facciata nella quale si alternano elementi in arenaria ed altri in mattoni. L'arenaria è quella proveniente dalle cave che si trovavano sulla collina prospicente Varzi.

E' stata la prima pieve della  valle costruita non molto tempo dopo la morte di S. Germano, vescovo di Auxerre (in Borgogna), avvenuta nel 448 d.C. a Ravenna. La leggenda vuole che il corpo del santo, durante la traslazione nella località d’origine, sia transitato per Varzi.
L’emozione creata da questo passaggio indusse gli abitanti, qualche tempo dopo, a dedicargli la pieve. Al di là di quello che può essere avvenuto, la certezza è che nel 702 d.C. una pieve esisteva già in Varzi, ci proviene dal cronista dell’epoca Marciano Ambrogio, il quale, tra le altre pievi della diocesi di Tortona, cita Ecclesia Sancti Germani oppidi Vartii.
Nel secolo successivo, e precisamente nell’883, la pieve di Varzi faceva parte della diocesi di Piacenza, come risulta dal privilegio che l’imperatore Carlo III, detto "il grosso", su richiesta del Sommo Pontefice Marino, concedeva. Nel 1160 la chiesa di Varzi dipendeva dal monastero di S. Colombano di Bobbio.

La chiesa ha facciata tardoromanica (fine XII sec., inizi XIV sec.), presenta il portale con rilevante fregio e all'interno capitelli con telamone.
Fu restaurata nel 1920 e nel 1971 fu ricostruita la volta a capriate. Durante i lavori, venne alla luce un affresco datato 1484 raffigurante l'Annunciazione e oggi è visibile lo stemma dei Marchesi Malaspina.

Un contributo decisivo al restauro della chiesa è stato quello dato da Padre Giovanni Maria Tognazzi dell'Ordine dei frati minori Cappuccini, presenti a Varzi fin dal 1623.
La motivazionea di una benemerenza assegnata all'Ordine dei frati minori, recita: «La vita operosa di padre Giovann Tognazzii e l'encomiabile ed importante servizio religioso dei nostri frati hanno contribuito e contribuiscono tuttora alla crescita pacifica della popolazione e del territorio».

Padre Tognazzi inizió la sua vita sacerdotale a Varzi come frate francescano dell'Ordine dei frati minori cappuccini: partecipó alla Resistenza in Oltrepo come cappellano dei partigiani. A Milano, negli anni del dopoguerra fino agli anni Ottanta, fu cappellano degli artisti e della Rai, dividendo la sua vita fra il capoluogo regionale e Varzi. Nell'antica Pieve di S. Germano padre Giovanni progettó e lavoró strenuamente per restaurare la chiesa, tagliava personalmente i blocchi di arenaria necessari alla costruzione, riportandola al modello originale. Morì nel 1987 per un infortunio sul lavoro avvenuto proprio nella sua chiesa. Era achitetto ed artista insigne.

Tra gli scritti più Importanti su Varzi si cita:
Fiorenzo Debattisti - Storia di Varzi - Guardamagna editore, Varzi 1996


Angelo Favari

Angelo Favari, pugile, classe 1935, conosciuto da tutti come Giorgino
Riceve un premio dalla Municipalità della città con la seguente motivazione: «Con modestia di vita, dedizione, sacrificio e spirito sportivo ha affrontato gli impegni dello sport in cui eccelleva, il pugilato, onorando ai massimi livelli agonistici il nome di Varzi». Angelo Favari è stato un grande pugile, prima fra i dilettanti e poi fra i professionisti. Fra i dilettanti aveva combattuto per la Boxe Voghera, vincendo anche titoli a livello regionale: nel 1960 passó fra i professionisti. Come dilettante aveva fatto parte anche della squadra nazionale italiana per un incontro con la Germania. Nel 1960 aveva fatto parte della squadra nazionale olimpica impegnata alle Olimpiadi di Roma.

Il tempio della fraternità

Un'altra meta turistica e di devozione è il Tempio della fraternità.


La storia del Tempio della Fraternità è una storia semplice, legata al ricordo dell’ultima guerra mondiale. Un cappellano militare reduce dalla guerra, don Adamo Accosa, dopo aver visto tante distruzioni, un giorno, trovandosi nella necessità di dover costruire la piccola chiesa del suo paese sui monti, ebbe l’idea di raccogliere le rovine del conflitto (che nel 1951-’52 erano ancora tante) e con esse ricostruire il tempio come simbolo ed auspicio di una ricostruzione più grande: quella della fratellanza umana; e poi arredarlo liturgicamente con tanti ricordi dolorosi trasformandoli da ordigni di distruzione e di morte in simboli e richiami di vita.

https://it-it.facebook.com/pages/Tempio-della-Fraternita-a-Cella-di-Varzi-Oltrepo-Pavese/305319872845112


LA FERROVIA VOGHERA - VARZI

Varzi è stata collegata a Voghera da una ferrovia che ha contribuito notevolmente allo sviluppo della valle Staffora. Costruita nel 1931 dopo molte vicissitudini, la ferrovia Voghera Varzi Comunemente chiamata "Il trenino" rappresentò un grande evento e uno strumento di sviluppo pet tutta la valle Staffora, finoqualche anno prima esistevano collegamenti su rotaia fra Voghera, Rivanazzano poi proseguito fino a Salice Terme con raccordo per Volpedo e da qui a Tortona. Erano una forma di collegamento lento ma comodo e utile. Gradualmente vennero soppresse mentre sorgeva la FVV ferrovia Voghera Varzi con prospettive di sviluppo con un raccordo alla Val Trebbia verso Piacenza da un lato e verso Genova dall'altro. Dopo 35 anni di servizio e una guerra la ferrovia venne malauguratamente soppressa nrl 1969 dopo un periodo in cui era in funzione il tratto Voghera Godiasco per permettere i rifornimenti al deposito militare di Godiasco succesivamente chiuso dopo un grave incendio che coinvolse anche Rivanazzano.

Quanto sia vivo il ricordo della ferrovia è dimostrato dai numerosi siti a lei dedicata
http://www.lestradeferrate.it/mono29.htm
http://www.ferrovieabbandonate.it/immagini.php?table=dismessa&type=list&first=&id=165
http://www.pontenizza.com/
http://www.youtube.com/watch?v=3LbSdx7rpWM
http://it.wikipedia.org/wiki/Ferrovia_Voghera-Varzi
http://www.facebook.com/pages/FERROVIA-VOGHERA-VARZI/259831534068625

Il trenino dava supporto al trasporto merci per le industrie della zona, la fornace, e poi la Zincor, l'officina che produceva la Varzina, una minvettura molto esportata, perché in Italia non aveva avuto la omologazione.
Col trenino e i carri cisterna avveniva il carico e scarico dei carburanti dal deposito soterraneo di Godiasco gestito e sorveliato dall'esercito. Questo deposito diede origine ad una defragazione nell'abitato di Rivanazzano secondo una serie di circostanza mai suffcientemente chiarite.


Il libro di Alessandro Disperati "Il trenino Voghera Varzi" è giunto alla 3° edizione e a questo ne è seguito uno più recenre in collaborazione con Sergio Lucchelli: "Il trenino Voghera Varzi" Primula editore - Voghera 2014.

La ferrovia era invocata dalle comunità locali allo scopo di valorizzare il proprio territorio compreso  le Terme di Salice, la cui direzione patrocinava l'iniziativa. Nella primavera del 1924 a Milano nacque a tale scopo una Società per la Ferrovia Voghera Varzi (FVV) e fu approntato, a cura dall'ingegnere Ernesto Besenzanica, che era cointeressato nella suddetta società, un progetto di ferrovia su un percorso di 32 km, con trazione elettrica e scartamento normale uguale a quello delle FFSS in modo da poterne effettuare il raccordo, quasi interamente a ridosso del torrente Staffora.

I lavori iniziarono nei primi mesi del 1926 e si conclusero con l'inaugurazione il 25 dicembre 1931. La linea venne realizzata a binario unico ed un parco trazione composto da 2 locomotive elettriche 3 elettromotrici e 5 carrozze pilota. Poco prima della guerra, nel 1940 la società venne fusa con la Società per le Ferrovie Adriatico-Appennino (FAA) che aveva, anch'essa, la sede sociale a Milano.
Nonostante i progetti di rinnovamento in corso, la ferrovia venne soppressa il 1º luglio 1966 e sostituita da un servizio sostitutivo di autobus. Il materiale rotabile venne trasferito in massa alla Ferrovia Sangritana.
Da notare che la medesima società gestiva, ed ha col tempo sviluppato, un analogo progetto in Abruzzo con la ferrovia della valle che ha dato notevole lustro alle località in analogia con il trenono rosso del Bernina.

Per la comunità oltrepadana è stata una grande sconfitta e non è valutabile a chi siano andati i benefici di questa dismissione, sicuramente non ai cittadini.
Oggi grazie all'interessamento del Comune di Voghera e degli altri comuni interessati si costituisce una Geen way sul tracciato Voghera – Rivanazzano – Salice percorribile a piedi o in bicicletta, speriamo possa proseguire fino a Varzi.



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